GENITORE-EDUCATORE… IL PARADOSSO DEL PERMESSO DI SOFFRIRE.

Quando un fatto di cronaca eclatante ci scuote la coscienza, come ad esempio un agito violento perpetrato da un ragazzo ai danni di cose o peggio ancora di persone, siamo portati ad interrogarci alla ricerca di comprensione, di colpevoli, di chiarimenti. Questa ricerca di colpevoli, di cure magiche ed immediate sortisce un effetto rassicuratorio, ma solo apparente e limitato a durare poco nel tempo.

La comprensione deve partire dall’analisi delle prime istituzioni di socializzazione, famiglia, scuola, e società stessa. Si tratta di agiti violenti, mal pensati, frutto dell’incapacità di tollerare le frustrazioni e frenare gli impulsi distruttivi. Si può notare come nelle famiglie, così come nell’approccio educativo-scolastico, vi sia una tendenza alla riduzione della possibilità di permettere ai ragazzi di sperimentare la frustrazione e trovare risorse interne necessarie al suo superamento.

I genitori che, per paura che i loro figli possano “soffrire”, sono disposti a dare tutto e subito, senza permettere che nei ragazzi nasca il desiderio. Il desiderio è quel magico modo di pensare a qualcosa che fa nascere all’interno di chi lo sperimenta la ricerca degli strumenti interni che gli permettano di appagare tale bisogno. I genitori vogliono il bene dei loro figli, ma spesso sono loro stessi a fargli del male nel tentativo di amarli. Non permettere ad un figlio di sperimentarsi, di fallire e di rialzarsi equivale al passargli un messaggio costante di non valore. Non essere in grado di reggere le frustrazioni che quotidianamente la vita ci dà, imparando a farlo con piccoli passi nel processo di crescita, innesca un meccanismo che porta a depressione e ad esclusione sociale, “se non mi metto in relazione con gli altri non devo in realtà fare fatica, non mi devo confrontare e non corro rischi, così mi isolo o mi relaziono solo con chi non genera conflitto in me, con chi ad esempio sperimenta la mia stessa rabbia, e la agisce in comportamenti distruttivi”. 

Un altro aspetto non meno importante, che spesso viene a cadere nei meccanismi di ragionamento tipici dei bambini e degli adolescenti, è l’incapacità di prevedere e mentalizzare in maniera reale quali siano le conseguenze delle azioni, assorbiti da un mondo che da un lato è fatto di fasulle identità gestite sui Social e dall’altro, dall’eccesso di tutela da parte della società. I nostri ragazzi attraversati da impulsi distruttivi non sono in grado di mettere in atto meccanismi che ne inibiscano gli effetti grazie alla paura delle conseguenze. Non diventano in grado di prevedere e vedere realmente e chiaramente quali sono le conseguenze di certe azioni perché non ne hanno mai sperimentate. Nel giro di pochi anni, con l’influenza della invasione massiccia dei mass media nella vita quotidiana, sono venuti a decadere tutta una serie di valori etici e morali, generando una sorta di smarrimento di riferimenti di figure importanti per indirizzare i comportamenti. Un esempio banale sul quale mi è capitato di riflettere nei giorni scorsi (al quale lascio al lettore quali possano essere le ipotesi evolutive nella società moderna), è questo: “ricordo con affetto di quando la mia maestra delle elementari mi raccontava di questa figura “mitologica”, che era il “Presidente della Repubblica”, all’epoca Cossiga e prima di lui Pertini, e con quale reverenza e rispetto si toccassero semplici discorsi, adatti ad una bambina delle scuole elementari, e di come un clima di rispetto e reverenza si diffondesse. Paragono questo ricordo alla miriade di vignette di dubbia satira e gusto, legate ad offese anche sul piano personale, che quotidianamente ci colpiscono sui Social, in TV, sui giornali, e di come sia diventato “normale” per i più giovani non discriminare figure a cui porre rispetto a prescindere dalle idee o dall’orientamento politico.

Da qui la domanda, “quanto può valere a questo punto una maestra, un professore, un genitore?“.

Ridare il giusto valore alle cose, potrebbe essere una chiave che vada in una direzione di vero benessere. Il genitore dovrebbe fare il genitore, insegnare una strada, essere un modello, non sostituirsi ai figli, punirli quando necessario, mettere dei paletti, non vivere sotto il costante ricatto emotivo del “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Le istituzioni scolastiche non dovrebbero aver paura di mettere alla prova i ragazzi e giudicarli per l’impegno e la perseveranza messa a raggiungere i loro obiettivi e vivere sotto il costante ricatto del: “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Proviamo a fidarci noi adulti un po’ di più dei nostri ragazzi e permettiamogli di sperimentarsi, di fallire, di rialzarsi. Permettiamogli di diventare grandi soffrendo, amiamoli veramente.

PREVENIRE UNA RICADUTA È POSSIBILE CON LA MINDFULNESS

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…Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a padroneggiare il surf…
(JON KABAT-ZINN)


Le dipendenze patologiche, sia da sostanze (es. alcool, cocaina) che comportamentali (gioco d’azzardo patologico) sono considerate disturbi con una tendenza alla cronicizzazione in cui la frequenza di ricaduta è decisamente molto alta, stimandosi nella misura del 40-60 percento dei soggetti; (MC Lellan et al., JAMA 2002), è questo il motivo fondamentale per cui, nel loro trattamento, risulta fondamentale affrontare il tema delle ricadute, fornendo ai soggetti inseriti in un percorso terapeutico riabilitativo comunitario residenziale strumenti pratici per prevenirle.

Nella ricaduta gioca un ruolo fondamentale non solo la componente astinenziale legata a determinate sostanze, ma anche la componente indipendente dall’astinenza e che ha a che fare con il “desiderio irrefrenabile” (craving) di assumere nuovamente la sostanza tossica o ripetere il comportamento dannoso.

IL PROTOCOLLO MBRP (Mindfulness Based Relapse Prevention) NELLA COMUNITA TERAPEUTICA “A STEFANO CASATI”

Opsiti della Comunità

Il progetto MINDFULNESS PER PREVENIRE LE RICADUTE ha portato all’interno della Comunità Terapeutico Riabiliativa “A Stefano Casati” di Fagnano di Gaggiano (MI), che si occupa di cura delle dipendenze patologiche, un percorso rivisto ed adattato di MBRP, che permetta di accogliere i soggetti ospitati all’interno delle strutture ed inserirli in un percorso di Mindfulness, mirato a fornire strumenti utili alla prevenzione delle ricadute nell’uso di sostanze, implementando ed arricchendo gli strumenti utilizzati nel percorso di cura.

Il programma di prevenzione della ricaduta basato sulla mindfulness, MBRP (Bowen, Chawla, Marlett, 2011) è specifico per le dipendenze da sostanze o comportamenti ed integra pratiche di mindfulness (sul corpo, sensi, emozioni e pensieri) con l’approccio cognitivo-comportamentale, insegnando strategie di coping per ridurre lo stress, gestire il craving ed affrontare situazioni ad alto rischio di ricaduta, interrompendo la reattività automatica, l’impulsività e la compulsivita’.

Vi interessa l’argomento? Continuate a seguire psicologicamente….. ne parlerò ancora.

Perché continuo a ripetere sempre gli stessi errori?

Te lo sei chiesto più volte.
Magari con un senso di frustrazione, o di vergogna.

Prometti a te stesso che questa volta sarà diverso.
Che non ti rimetterai in quella situazione.
Che non sceglierai la stessa persona, lo stesso ruolo, lo stesso copione.

E invece, a un certo punto, ti ritrovi lì. Di nuovo.

Con la sensazione di non aver imparato nulla.
O peggio: di essere tu il problema.

“So che mi fa male, ma continuo a farlo”

Questa è una delle frasi più comuni che sento.
Ed è anche una delle più dure da sopportare.

Perché implica un giudizio:
“Se so che è sbagliato, perché non riesco a smettere?”

La risposta, però, non ha a che fare con la mancanza di volontà o di intelligenza.
Ha a che fare con schemi emotivi profondi, spesso inconsci, che continuano a riproporsi perché sono… familiari.

La ripetizione non è stupidità, è apprendimento antico

Molti dei comportamenti che oggi definiamo “errori” sono nati come strategie di adattamento.
In un altro momento della vita, in un altro contesto, sono stati utili.

Forse ti hanno aiutato a:

  • sentirti accettato
  • evitare il conflitto
  • non perdere legami importanti
  • mantenere un senso di controllo

Il problema non è che continui a ripeterli.
Il problema è che non funzionano più, ma il sistema interno non ha ancora trovato alternative.

Perché la testa lo capisce, ma il corpo no

Spesso c’è una grande distanza tra ciò che sai razionalmente e ciò che senti.
La mente dice: “Non fa per me.”
Ma qualcosa dentro continua a spingerti nella stessa direzione.

Questo accade perché gli schemi ripetitivi non vivono solo nei pensieri, ma nelle emozioni, nel corpo, nella memoria relazionale.

Non si cambiano con una decisione.
Si trasformano con comprensione, esperienza e relazione.

“Allora sono fatto così?”

No.
Ma sei fatto anche così.

E questa è una differenza fondamentale.

In un lavoro psicologico non si lavora per eliminare parti di sé, ma per capire perché continuano a prendere il comando.
Cosa stanno cercando.
Da cosa stanno proteggendo.

Molte persone scoprono che dietro la ripetizione c’è:

  • paura dell’abbandono
  • bisogno di riconoscimento
  • difficoltà a sentire il proprio valore
  • una familiarità con il dolore che sembra paradossalmente più sicura del cambiamento

Il cambiamento inizia quando smetti di giudicarti

Finché la domanda è “Cosa c’è che non va in me?”, il circolo continua.
Quando diventa “Cosa mi sta succedendo?”, qualcosa si apre.

Il lavoro psicologico è uno spazio in cui guardare questi schemi senza colpa e senza fretta.
Dove dare senso alla ripetizione, per poter finalmente interromperla.

Il primo colloquio non è una promessa di cambiamento, ma un inizio

Non serve arrivare con una spiegazione pronta.
Non serve sapere da dove partire.

Il primo colloquio è un momento per esplorare insieme ciò che continua a tornare, e capire perché.
Anche solo iniziare a parlarne può essere già un primo passo fuori dal loop.

Se ti sei riconosciuto in queste parole, forse non stai sbagliando sempre allo stesso modo.
Forse stai cercando, da tempo, una strada diversa.

Puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo e valutare insieme se questo è il momento giusto per iniziare. Puoi agevolmente fissare un primo appuntamento da remoto o in presenza cliccando sul link Miodottore: MartaVanola o al numero 3806878825.

Quando il corpo parla più forte delle parole

Ci sono momenti in cui le parole non bastano.
O meglio: non arrivano proprio.

Il corpo, invece, sì.
Si fa sentire con tensioni, stanchezza, dolori che non trovano una spiegazione chiara.
Con un respiro che si accorcia, con un peso allo stomaco, con un’inquietudine che non sai da dove viene.

E spesso ti ritrovi a pensare:
“Razionalmente so che va tutto bene… ma il mio corpo sembra non essere d’accordo.”

Quando il sintomo diventa linguaggio

Molte persone arrivano dallo psicologo partendo da qui:
non da un pensiero, ma da una sensazione.

Mal di testa ricorrenti, disturbi gastrointestinali, insonnia, tensioni muscolari, fame o chiusura improvvisa, affaticamento costante.
Gli esami sono nella norma, i controlli rassicuranti.
Eppure il corpo insiste.

Non perché “ti stia tradendo”, ma perché sta comunicando.

Il corpo conserva ciò che spesso la mente ha imparato a trattenere: emozioni non espresse, bisogni rimandati, stati interni che non hanno trovato spazio o parole.

“Non sono una persona ansiosa, però…”

Questa frase è molto comune.
Molti non si riconoscono nelle etichette diagnostiche, ma convivono con segnali corporei persistenti.

Il disagio psicologico non sempre si presenta come tristezza o paura.
A volte prende la via del corpo, perché è l’unico canale rimasto disponibile.

Il corpo non giudica, non minimizza, non razionalizza.
Semplicemente reagisce.

Ascoltare il corpo non significa patologizzarlo

Un sintomo non è un difetto da eliminare in fretta.
È un messaggio da comprendere.

In terapia non si cerca di “far sparire” il corpo, ma di restituirgli un significato.
Di esplorare:

  • cosa stava succedendo quando il sintomo è comparso
  • quali emozioni non hanno trovato voce
  • quali equilibri interiori sono stati messi sotto pressione

Spesso, quando il corpo viene ascoltato davvero, non ha più bisogno di urlare.

Quando il corpo parla di te

Molte persone scoprono che quei segnali corporei raccontano una storia fatta di:

  • iper-adattamento
  • controllo emotivo
  • difficoltà a sentire e riconoscere i propri limiti
  • bisogni messi in secondo piano troppo a lungo

Non è debolezza.
È sopravvivenza.

Il primo colloquio come spazio di ascolto

Non serve arrivare con una spiegazione.
Non serve sapere “qual è il problema”.

Il primo colloquio è uno spazio in cui dare parola a ciò che il corpo sta già dicendo.
Con rispetto, senza forzature, senza etichette affrettate.

Se senti che il tuo corpo sta chiedendo attenzione, anche se non sai ancora come ascoltarlo, è già un buon punto di partenza.

Puoi contattarmi per un primo incontro conoscitivo e valutare insieme cosa sta cercando di dirti questo momento della tua vita. Puoi prenotare comodamente un appuntamento in studio o on line cliccando sul link: Miodottore MartaVanola, oppure al 3806878825.

Ma ciò che un tempo ha aiutato a reggere, a un certo punto può iniziare a pesare.

Quando non sei depresso, ma nemmeno stai bene

Capita a molte persone, anche se raramente lo dicono ad alta voce.
Non sei depresso.
Vai a lavorare, rispondi ai messaggi, fai quello che “va fatto”.
Eppure, dentro, qualcosa non torna.

Non c’è un dolore preciso da indicare.
Non c’è una crisi evidente.
Ma non stai bene.

È come vivere in una zona grigia:
non abbastanza male da chiedere aiuto,
non abbastanza bene da sentirti davvero vivo.

“Non ho un vero motivo per stare così”

Spesso chi vive questo stato lo accompagna con una frase simile:
“In fondo non mi manca nulla.”
“C’è chi sta peggio.”
“Dovrei essere grato.”

E allora il disagio viene messo da parte, ridimensionato, silenziato.
Ma il corpo e la mente non funzionano secondo ciò che dovrebbe essere sentito.
Funzionano secondo ciò che è sentito.

Il malessere non ha bisogno di un evento traumatico per essere reale.
A volte nasce lentamente, da adattamenti continui, da emozioni trattenute, da parti di sé che hanno imparato a non disturbare.

I segnali di questo “non stare bene”

Chi vive questa condizione spesso racconta di:

  • stanchezza che non passa nemmeno riposando
  • difficoltà a provare entusiasmo
  • senso di vuoto o di distacco
  • irritabilità senza un motivo chiaro
  • una vita che “va avanti”, ma senza sapore

Non è depressione clinica, ma non è nemmeno benessere.
È uno stato di sopravvivenza emotiva.

“Ma allora serve davvero rivolgersi a uno psicologo?”

Questa è una delle domande più frequenti.
E spesso è accompagnata dal timore di “esagerare”.

Lo Psicologo non è riservato a chi è a pezzi.
È uno spazio per chi sente che qualcosa dentro di sé chiede attenzione, anche se non sa ancora darle un nome.

Non serve arrivare al limite.
Non serve stare malissimo.
Serve solo ascoltare quel segnale interno che dice: “Così non mi basta più.”

La zona grigia è un messaggio, non un difetto

Questo stato intermedio non è un fallimento personale.
È spesso il risultato di anni passati a funzionare, adattarsi, reggere.

In terapia non si cerca un’etichetta, ma un senso.
Si lavora per capire:

  • cosa è stato messo da parte
  • cosa è rimasto inascoltato
  • cosa sta chiedendo spazio oggi

Molte persone scoprono che dietro quel “non sto male, ma non sto bene” c’è un bisogno profondo di riconnessione con sé.

Il primo colloquio non è un impegno

Fissare un primo appuntamento non significa “impegnarsi in un lungo percorso”.
Significa prendersi uno spazio per capire, insieme, cosa sta succedendo e se questo è il momento giusto.

Non devi avere le parole giuste.
Non devi sapere cosa dire.
Puoi partire esattamente da qui: “Non sto male, ma non sto bene.”

Se ti sei riconosciuto in queste righe, il tuo sentire merita ascolto.
Puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo e valutare insieme come prenderti cura di questo momento della tua vita. Mi trovi su miodottore: MartaVanola, con cui puoi prenotare facilmente un incontro da remoto o in presenza o al numero 3806878825

5 frasi che rivelano una relazione sbilanciata

(e perché non sono solo “modi di dire”)

Nelle relazioni sbilanciate raramente compaiono grandi segnali d’allarme all’inizio.
Più spesso sono frasi quotidiane, dette quasi senza pensarci, a raccontare che qualcosa non è alla pari.

Frasi che sembrano normali.
Che magari hai detto tu.
O che hai sentito dire mille volte.

Eppure, se ascoltate bene, parlano di potere, paura e rinuncia.

1. “Faccio io, così evitiamo problemi”

A prima vista sembra praticità.
In realtà spesso nasconde un messaggio più profondo:
“È più semplice se decido io.”

Questa frase compare quando:

  • uno prende sempre in mano le scelte
  • l’altro si adatta per non creare tensioni
  • la responsabilità non è condivisa

Col tempo, chi “evita problemi” smette di sentirsi parte attiva della relazione.

2. “Non è niente, lascia stare”

Minimizzare è una strategia potente.
Non risolve il problema, lo silenzia.

Chi dice questa frase spesso:

  • rinuncia a esprimere un bisogno
  • teme il conflitto
  • ha imparato che parlare “non serve”

In una relazione equilibrata, ciò che senti ha spazio.
In una sbilanciata, viene archiviato.

3. “Se mi amassi, capiresti”

Questa non è una richiesta.
È una pressione emotiva.

Trasforma l’amore in una prova da superare:

  • se accetti, ami
  • se rifiuti, deludi

È una frase che sposta il focus dal bisogno al senso di colpa.
E il senso di colpa è uno degli strumenti più efficaci di squilibrio relazionale.

4. “Sono fatto/a così”

Può sembrare una frase di autenticità.
Spesso è una chiusura.

Usata in questo modo significa:

  • non sono disposto a mettermi in discussione
  • adattati tu
  • questo è il massimo che posso (o voglio) dare

Le relazioni crescono dove c’è flessibilità, non rigidità difensiva.

5. “Tanto senza di me non sapresti…”

Qui lo squilibrio diventa esplicito.
Questa frase mina l’autonomia dell’altro e rafforza una dipendenza sottile.

Anche se detta “per scherzo”, comunica:

  • superiorità
  • controllo
  • svalutazione

E nel tempo può intaccare profondamente l’autostima.

Perché queste frasi funzionano (e fanno male)

Non perché siano violente.
Ma perché sono ripetute, normalizzate, giustificate.

Creano un clima in cui:

  • uno guida
  • l’altro si adegua
  • il conflitto viene evitato
  • i bisogni si sbilanciano

E spesso chi vive lo squilibrio si chiede:
“Sono troppo sensibile?”
“Pretendo troppo?”

Il ruolo di un percorso psicologico

Un percorso con uno psicologo aiuta a:

  • riconoscere dinamiche relazionali invisibili
  • capire perché certe frasi colpiscono così tanto
  • lavorare sull’autostima e sui confini
  • distinguere amore da adattamento
  • recuperare una posizione più paritaria nelle relazioni

Non per “decidere al posto tuo”,
ma per aiutarti a rimettere equilibrio dove si è perso.

Una relazione sana non richiede di scomparire

In una relazione sana puoi:

  • esprimerti senza paura
  • dire no senza sentirti in colpa
  • essere ascoltato/a senza dover dimostrare nulla

Se alcune di queste frasi ti hanno fatto sentire visto/a,
forse non è un caso.

E forse è il momento di chiederti
non se ami abbastanza,
ma se stai bene.

Se vuoi fissare un appuntamento e fare un primo colloquio, anche in modalità on line clicca su miodottore: MartaVanola e prenota subito, oppure puoi usare questo numero di telefono 3806878825

Andare dallo psicologo non significa stare male

Significa smettere di farcela da soli

Molte persone arrivano a pensare allo psicologo dopo aver resistito a lungo.
Dopo aver detto a se stesse frasi come:

  • “Passerà”
  • “Devo solo essere più forte”
  • “In fondo non sto così male”

La verità è che non serve stare “a pezzi” per chiedere aiuto.
Serve solo essere stanchi di portare tutto da soli.

Andare dallo psicologo non è per “i deboli”

Uno dei miti più duri da smontare è questo:
che chiedere aiuto significhi non farcela.

In realtà, iniziare un percorso psicologico richiede:

  • lucidità
  • coraggio
  • responsabilità verso se stessi

È una scelta attiva, non una resa.
Non è “farsi aggiustare”, ma fermarsi ad ascoltarsi.

Quando qualcosa non va… ma non sai dire cosa

Molte persone non arrivano dallo psicologo con un problema chiaro.
Arrivano con una sensazione.

Un nodo allo stomaco.
Relazioni che si ripetono uguali.
Una stanchezza che non passa.
Un’irritabilità costante.
La sensazione di vivere “un po’ in apnea”.

Il colloquio con lo Psicologo non serve solo a risolvere sintomi,
ma a dare senso a ciò che senti.

Non è solo parlare: è capire

Contrariamente a quanto si pensa, il colloquio con lo psicologo non è solo “sfogarsi”.
È un lavoro profondo di comprensione.

In uno spazio protetto puoi:

  • collegare il presente al tuo passato
  • riconoscere schemi che si ripetono
  • dare un nome a emozioni confuse
  • imparare a mettere confini
  • capire cosa è tuo e cosa no

Capire cambia il modo in cui vivi.
E spesso, anche il modo in cui soffri.

“Ma dovrò scavare per forza nel passato?”

No, non per forza.
Ciò che avviene nello studio con uno psicologo non è un interrogatorio né un tuffo obbligato nei ricordi.

Il ritmo si costruisce insieme.
Si parte da ciò che oggi pesa, e solo se serve si guarda indietro.
Sempre con un obiettivo: stare meglio nel presente.

Il rapporto psicologo-paziente fa la differenza

Uno degli aspetti più potenti è la relazione stessa.
Per molte persone è la prima esperienza di:

  • ascolto autentico
  • assenza di giudizio
  • continuità
  • sicurezza emotiva

Non è “solo parlare”.
È fare esperienza di un modo diverso di stare in relazione.

E spesso questo, da solo, è già trasformativo.

Non devi sapere già cosa dire

Molti rinunciano perché pensano:
“Non saprei nemmeno da dove cominciare.”

La buona notizia è questa: non devi saperlo.
Il compito di orientare, contenere e dare struttura è del professionista.

Tu devi solo portare ciò che c’è.
Anche se è confuso. Anche se è poco chiaro.

Il percorso psicologico non ti cambia: ti restituisce

Un percorso psicologico non ti rende qualcun altro.
Ti aiuta a tornare più vicino a te.

A distinguere ciò che sei da ciò che hai imparato a essere.
A fare spazio.
A scegliere con più consapevolezza.

Non è una scorciatoia.
È un investimento.

Forse non è il momento giusto.

O forse è proprio questo.

Molti aspettano “il momento giusto”.
Quando staranno peggio. O meglio.
Quando avranno più tempo. O meno paura.

La verità è che il momento giusto raramente arriva perfetto.
Arriva quando inizi a farti domande.

E se stai leggendo questo articolo, forse una domanda c’è già.

Puoi comodamente fissare un primo colloquio, anche da remoto direttamente da miodottore: cliccando su Marta Vanola e prenotando l’appuntamento a te più comodo, oppure direttamente al 3806878825.

Cenerentola ci ha rovinato l’amore?

Breve guida psicologica al mito del Principe Azzurro (e alla sofferenza sentimentale)

Ammettiamolo:
molte di noi non hanno mai ricevuto un’educazione sentimentale.
In compenso, hanno avuto Cenerentola.

Una bambina buona, silenziosa, paziente, che sopporta umiliazioni indicibili…
e viene premiata con un principe, un castello e una vita perfetta.

Fine della fiaba.
Inizio della confusione emotiva.

Il messaggio nascosto (ma neanche troppo)

La fiaba di Cenerentola, come molte altre, trasmette un’idea potente e seducente:

Se soffri abbastanza, prima o poi qualcuno arriverà a salvarti.

E non uno qualunque.
Un principe.
Azzurro.
Possibilmente ricco, emotivamente risolto e capace di leggerti nell’anima senza comunicare.

Il problema non è la fiaba.
Il problema è che nessuno ci ha detto che era solo una fiaba.

Bambine educate all’attesa (e non alla scelta)

Cenerentola non sceglie.
Aspetta.

Non protesta.
Sopporta.

Non mette confini.
Resiste.

Il messaggio implicito è chiaro:
l’amore vero arriva se sei abbastanza buona, paziente e sacrificabile.

Risultato?
Molte bambine diventano adulte convinte che:

  • l’amore debba far male
  • la sofferenza sia una prova di valore
  • prima o poi l’altro “capirà”
  • andarsene significhi fallire

Il Principe Azzurro e il mito della relazione perfetta

Il Principe Azzurro non sbaglia.
Non ha crisi.
Non comunica male.
Non ha traumi irrisolti (incredibile, considerando l’infanzia reale dei principi).

Questo crea un’aspettativa devastante:
se la relazione è difficile, allora non è quella giusta
oppure, peggio, è colpa mia.

Così si resta:

  • con partner emotivamente indisponibili
  • in relazioni sbilanciate
  • aspettando una trasformazione che non arriva

Perché, in fondo, Cenerentola ce l’ha fatta.
No?

Predestinate alla sofferenza (ma con le scarpe belle)

La fiaba insegna che:

  • l’amore arriva dall’esterno
  • il valore viene riconosciuto solo se qualcuno ti sceglie
  • il lieto fine dipende dalla resistenza, non dall’autenticità

E così molte donne crescono allenatissime a soffrire,
ma poco allenate a:

  • riconoscere i propri bisogni
  • scegliere chi è davvero compatibile
  • andarsene senza sentirsi cattive

Non è romanticismo.
È condizionamento emotivo.

Spoiler: il Principe Azzurro non esiste (e va bene così)

Nella vita reale:

  • nessuno arriva a salvarti
  • l’amore non cancella le ferite
  • le relazioni sane si costruiscono, non si subiscono

E soprattutto:
non devi soffrire per meritare amore.

Questa è forse la verità più rivoluzionaria che una donna possa imparare.

E se il vero lieto fine fosse un altro?

Forse il vero lieto fine non è essere scelte.
Ma scegliere.

Non essere salvate.
Ma diventare autonome emotivamente.

Non restare a tutti i costi.
Ma restare solo dove c’è reciprocità.

Un percorso psicologico serve anche a questo:
a smontare miti interiorizzati,
a distinguere l’amore dalla dipendenza,
a riscrivere la propria idea di relazione — finalmente adulta.

Conclusione (senza carrozza)

Cenerentola non ci ha rovinate.
Ma ci ha lasciato un’eredità emotiva che vale la pena rivedere.

Possiamo tenere le scarpe belle.
Ma buttare via l’idea che l’amore debba salvarci.

E vivere relazioni un po’ meno fiabesche,
ma molto più vere.

Il bisogno di controllo nelle relazioni: protezione o dominio?

“Lo faccio per il tuo bene.”
“Se ti chiedo dove sei è perché mi importa.”
“Senza di me non sapresti cavartela.”

Il controllo, nelle relazioni, raramente si presenta come tale.
Spesso indossa il volto della cura, della preoccupazione, dell’amore intenso.
E proprio per questo può diventare difficile riconoscerlo — sia per chi lo esercita, sia per chi lo subisce.

Quando il controllo nasce dalla paura

Alla base del bisogno di controllo non c’è quasi mai il desiderio di dominare l’altro.
C’è, molto più spesso, la paura.

Paura di perdere.
Paura di non essere abbastanza.
Paura dell’abbandono, del caos, dell’imprevedibilità emotiva.

Controllare diventa allora una strategia di protezione:
se tengo tutto sotto controllo, forse non soffrirò.

Ma l’amore non è un territorio che si può sorvegliare senza conseguenze.

Protezione o dominio? La linea sottile

Il confine tra protezione e dominio è sottile e spesso scivoloso.

Il controllo “protettivo”:

  • rassicura chi lo esercita
  • riduce l’ansia nel breve periodo
  • dà l’illusione di stabilità

Ma nel tempo può trasformarsi in:

  • limitazione della libertà dell’altro
  • svalutazione dell’autonomia
  • dipendenza emotiva
  • squilibri di potere nella relazione

Quando uno decide, anticipa, corregge, verifica costantemente…
l’altro, lentamente, smette di sentirsi soggetto.

Anche chi controlla soffre

È importante dirlo:
chi controlla non è sempre “forte” o “manipolatore”.
Spesso è una persona che non si sente al sicuro emotivamente.

Dietro il controllo si nascondono domande profonde:

  • Se non controllo, verrò lasciato?
  • Se l’altro è libero, mi sceglierà ancora?
  • Posso fidarmi senza vigilare?

Il controllo diventa un modo per tenere lontano un dolore antico.
Ma a lungo andare, isola.

Quando il controllo diventa invisibile

Non tutto il controllo è esplicito.
Esiste anche quello più sottile, difficile da nominare:

  • il silenzio punitivo
  • il senso di colpa indotto
  • il “non ti obbligo, ma sai come ci resto”
  • il bisogno di essere sempre rassicurati

Sono forme meno evidenti, ma altrettanto impattanti.
Creano relazioni in cui uno si adatta e l’altro dirige, anche senza accorgersene.

Relazioni sane: sicurezza, non sorveglianza

Una relazione sana non elimina l’ansia, ma la rende gestibile.
Non chiede all’altro di rinunciare a sé, ma di incontrarsi.

La vera sicurezza emotiva non nasce dal controllo,
ma dalla fiducia, dalla comunicazione e dalla capacità di tollerare l’incertezza.

E questa capacità, spesso, non si improvvisa.

Il ruolo di un percorso psicologico

Un percorso con uno psicologo può aiutare a:

  • comprendere da dove nasce il bisogno di controllo
  • distinguere cura da possesso
  • lavorare sulle paure profonde che lo alimentano
  • imparare forme di regolazione emotiva più sane
  • costruire relazioni basate sulla reciprocità, non sul potere

In terapia, il controllo può finalmente essere visto non come un difetto,
ma come un segnale: qualcosa che chiede ascolto e trasformazione.

Scegliere l’incontro, non il controllo

Amare non significa trattenere.
Significa scegliere l’altro, ogni giorno, senza costringerlo a restare.

Quando il controllo si allenta, può emergere qualcosa di nuovo:
una relazione più viva, più libera, più autentica.
E soprattutto, più sicura — per entrambi.

Amiamo come siamo stati amati:

il peso invisibile dell’infanzia nelle relazioni adulte

Non scegliamo a caso come amiamo.
Non è solo una questione di carattere, di fortuna o di “partner giusto”.

Nelle relazioni adulte portiamo con noi una memoria silenziosa, spesso inconsapevole:
il modo in cui siamo stati amati da bambini.

È un’eredità invisibile, ma potente.
Agisce nei nostri gesti, nelle aspettative, nelle paure, nei silenzi.
E soprattutto… nei legami più intimi.

L’amore che abbiamo imparato (prima ancora di capirlo)

Prima di sapere cosa fosse l’amore, lo abbiamo sentito.
Attraverso la presenza o l’assenza, la cura o l’imprevedibilità, la vicinanza o la distanza emotiva di chi si prendeva cura di noi.

Da lì abbiamo imparato, senza parole, risposte come:

  • Posso fidarmi?
  • I miei bisogni contano?
  • Devo fare qualcosa per essere amato?
  • È sicuro avvicinarsi o è meglio proteggersi?

Queste risposte diventano una sorta di mappa relazionale interna.
Non sempre accurata, ma molto resistente al cambiamento.

Perché da adulti ripetiamo dinamiche che ci fanno soffrire

Molte persone si chiedono:
“Perché finisco sempre nello stesso tipo di relazione?”
“Perché mi sento sempre troppo o mai abbastanza?”

Spesso non stiamo scegliendo ciò che ci fa stare bene, ma ciò che ci è familiare.

Se l’amore è stato incostante, potremmo confondere l’intensità con la profondità.
Se è stato condizionato, potremmo cercare partner da “convincere”.
Se è stato distante, potremmo desiderare chi non è davvero disponibile.

Non perché ci piaccia soffrire, ma perché quel modello ci è noto.

L’infanzia non determina, ma orienta

È importante dirlo chiaramente:
l’infanzia non ci condanna.

Ma orienta il nostro modo di stare in relazione finché non diventa oggetto di consapevolezza.

Quando queste dinamiche restano inconsce:

  • reagiamo invece di scegliere
  • ci adattiamo invece di esprimerci
  • restiamo in relazioni che ci confermano, anche se ci feriscono

La buona notizia è che ciò che è stato appreso può essere trasformato.

Le relazioni adulte come luogo di riattivazione (e possibilità)

Le relazioni intime non sono solo spazi di amore, ma anche luoghi di riattivazione delle ferite antiche.

È lì che emergono:

  • la paura dell’abbandono
  • il bisogno di controllo
  • la difficoltà a fidarsi
  • la tendenza a scomparire emotivamente

Molti vivono queste reazioni come “difetti personali”.
In realtà sono strategie di sopravvivenza emotiva apprese molto presto.

Perché un percorso psicologico può fare la differenza

Un percorso con uno psicologo non serve a “dare colpe al passato”, ma a:

  • rendere visibili schemi automatici
  • distinguere il passato dal presente
  • imparare nuovi modi di stare in relazione
  • costruire confini più sani
  • scegliere partner e legami più coerenti con i propri bisogni attuali

All’interno del Setting psicologico, spesso, accade qualcosa di nuovo:
per la prima volta, la persona sperimenta una relazione sicura, stabile, non giudicante.
E da lì, lentamente, può riscrivere il proprio modo di amare.

Amare in modo diverso è possibile

Non possiamo cambiare come siamo stati amati.
Ma possiamo cambiare come continuiamo ad amarci e a farci amare.

Il primo passo non è trovare la relazione giusta,
ma capire la relazione che abbiamo imparato.

E questo è un lavoro profondo, delicato, ma possibile.
Soprattutto se fatto accompagnati.

Vuoi provare a iniziare questo cambiamento? mi trovi su miodottore: Marta Vanola o direttamente al 3806878825

Quando l’amore non basta: perché alcune relazioni sane finiscono comunque

Ci hanno insegnato che se c’è amore, allora dovrebbe bastare.
Che due persone che si rispettano, si vogliono bene e non si fanno del male dovrebbero “farcela”.
Eppure, nella pratica clinica e nella vita reale, sappiamo che non sempre è così.

Ci sono relazioni che finiscono senza tradimenti, senza violenze, senza grandi colpe.
Relazioni sane, in cui l’amore c’è davvero.
E proprio per questo la fine fa ancora più male.

Quando non c’è un “cattivo”, ma solo due bisogni diversi

Una delle difficoltà più grandi da accettare è questa:
una relazione può non funzionare anche se nessuno sbaglia.

Due persone possono amarsi e allo stesso tempo trovarsi in momenti di vita incompatibili, con bisogni emotivi divergenti o con modalità relazionali che, nel tempo, entrano in attrito.

Non tutte le separazioni sono fallimenti.
Alcune sono il risultato di una crescita che prende direzioni diverse.

L’attaccamento: quando amiamo in modi che non si incontrano

Il modo in cui ci leghiamo non è casuale.
Deriva dalle prime relazioni significative e tende a ripresentarsi anche nell’età adulta.

Può succedere che:

  • una persona cerchi vicinanza, conferme, progettualità
  • l’altra abbia bisogno di spazio, autonomia, lentezza

All’inizio queste differenze possono persino attrarre.
Col tempo, però, diventano terreno di incomprensioni profonde: uno si sente “troppo”, l’altro “mai abbastanza”.

L’amore resta, ma il linguaggio emotivo non è condiviso.

Il timing di vita: amarsi nel momento sbagliato

Un altro fattore spesso sottovalutato è il momento di vita.

Ci sono persone pronte a costruire, a stabilizzarsi, a fare spazio all’altro.
E altre che, pur amando, sono immerse in fasi di trasformazione personale, crisi identitarie, cambiamenti professionali, bisogni di ridefinizione.

Il problema non è volere cose diverse “in assoluto”, ma volerle in momenti diversi.

E il tempo, nelle relazioni, non è neutro.

Bisogni divergenti: quando l’amore non li colma

Amare non significa annullare i propri bisogni.
Anzi, nelle relazioni più sane, i bisogni diventano più chiari.

Ma cosa succede quando:

  • uno ha bisogno di profondità emotiva e l’altro di leggerezza?
  • uno desidera condivisione quotidiana e l’altro indipendenza?
  • uno cresce attraverso la relazione e l’altro fuori da essa?

L’amore non può essere l’unico collante.
Se per restare insieme una persona deve ridursi, silenziarsi o adattarsi continuamente, il prezzo diventa troppo alto.

Il dolore delle relazioni che finiscono “bene”

Le relazioni sane che finiscono fanno un dolore particolare.
Perché non possiamo aggrapparci alla rabbia, al torto subito, al rancore.

Resta solo una domanda difficile:
“Se ci volevamo bene, perché non è bastato?”

La risposta, spesso, è questa:
perché l’amore è una condizione necessaria, ma non sempre sufficiente.

Servono compatibilità emotiva, tempi condivisi, bisogni che possano incontrarsi senza sacrifici profondi.

Lasciarsi può essere un atto di rispetto

A volte la scelta più matura non è restare a tutti i costi, ma riconoscere un limite reale.
Non per mancanza d’amore, ma per eccesso di consapevolezza.

Lasciarsi, in questi casi, non significa non aver amato abbastanza.
Significa aver amato senza tradire se stessi.

E forse è proprio questo il passaggio più difficile — e più evolutivo — nelle relazioni adulte.

Le affinità elettive: perchè alcune persone ci risuonano più di altre?

Ci sono incontri che non passano inosservati. Persone con cui, fin dai primi scambi, sembra crearsi una sorta di riconoscimento immediato, come se qualcosa di profondo entrasse in risonanza. Non sempre si tratta di amore romantico: può accadere in un’amicizia, in un rapporto professionale, persino in un contesto terapeutico.
Questa esperienza viene spesso descritta con l’espressione “affinità elettive”.

Cosa si intende per affinità elettive

Il termine “affinità elettive” deriva dalla letteratura (Goethe lo rese celebre) e indica un legame che non nasce dal caso, ma da una reciproca attrazione psichica, spesso inconscia. In psicologia, possiamo intendere le affinità elettive come l’incontro tra strutture emotive, bisogni relazionali, vissuti e modalità di stare nel mondo che, in qualche modo, si riconoscono.

Non è semplicemente “avere cose in comune”. È piuttosto la sensazione che l’altro tocchi corde interne già esistenti, talvolta antiche, talvolta mai pienamente consapevoli.

Da dove nasce questa risonanza

Le affinità elettive si costruiscono su più livelli:

  • Livello emotivo: l’altro sembra comprendere, accogliere o dare forma a emozioni che facciamo fatica a nominare.
  • Livello relazionale: si incastrano ruoli, bisogni di vicinanza o distanza, modalità di accudimento o riconoscimento.
  • Livello inconscio: l’altro può rappresentare una figura significativa del passato, oppure incarnare parti di noi non ancora integrate.

In questo senso, l’affinità elettiva non è sempre “comoda” o rassicurante. Può essere intensa, trasformativa, talvolta destabilizzante.

Affinità elettive e ripetizione

Dal punto di vista clinico, è importante ricordare che non tutte le affinità elettive sono necessariamente sane.
Alcune relazioni ci attraggono perché ripropongono schemi familiari, dinamiche note, anche se dolorose. In questi casi, l’affinità non è tanto una scelta libera quanto una ripetizione.

La differenza sta nella possibilità di portare consapevolezza: quando riconosciamo cosa ci lega davvero all’altro, possiamo decidere se restare in quella relazione, come trasformarla o, talvolta, lasciarla andare.

Quando riconosciamo che un’ affinità elettiva ci fa stare bene, probabilmente stiamo andando nella direzione trasformativa, quella che risana e trasforma.

Affinità elettive e crescita personale

Le affinità elettive possono diventare potenti occasioni di crescita. Attraverso l’altro possiamo:

  • conoscere parti di noi rimaste in ombra
  • rielaborare ferite relazionali
  • sperimentare nuove modalità di contatto emotivo

In un contesto di cura psicologico, ad esempio, il legame che si crea tra paziente e psicologo può contenere elementi di affinità elettiva. È proprio su questa base che diventa possibile il lavoro clinico, a patto che tale risonanza venga pensata, elaborata e non agita.

Scegliere, non solo sentire

Sentire un’affinità è un’esperienza umana profonda e naturale. Ma crescere significa imparare a scegliere cosa farne.
Non tutte le risonanze vanno seguite ciecamente, così come non tutte vanno evitate per paura.

La psicologia ci invita a un passaggio fondamentale: dal “mi attrae” al “capisco perché mi attrae”. È in questo spazio che l’affinità elettiva smette di essere destino e diventa possibilità.

Dedicato alle affinità elettive che “quando credevi di esser sola, ti fan scoprire di essere stata accompagnata nel viaggio”. MV