GENITORE-EDUCATORE… IL PARADOSSO DEL PERMESSO DI SOFFRIRE.

Quando un fatto di cronaca eclatante ci scuote la coscienza, come ad esempio un agito violento perpetrato da un ragazzo ai danni di cose o peggio ancora di persone, siamo portati ad interrogarci alla ricerca di comprensione, di colpevoli, di chiarimenti. Questa ricerca di colpevoli, di cure magiche ed immediate sortisce un effetto rassicuratorio, ma solo apparente e limitato a durare poco nel tempo.

La comprensione deve partire dall’analisi delle prime istituzioni di socializzazione, famiglia, scuola, e società stessa. Si tratta di agiti violenti, mal pensati, frutto dell’incapacità di tollerare le frustrazioni e frenare gli impulsi distruttivi. Si può notare come nelle famiglie, così come nell’approccio educativo-scolastico, vi sia una tendenza alla riduzione della possibilità di permettere ai ragazzi di sperimentare la frustrazione e trovare risorse interne necessarie al suo superamento.

I genitori che, per paura che i loro figli possano “soffrire”, sono disposti a dare tutto e subito, senza permettere che nei ragazzi nasca il desiderio. Il desiderio è quel magico modo di pensare a qualcosa che fa nascere all’interno di chi lo sperimenta la ricerca degli strumenti interni che gli permettano di appagare tale bisogno. I genitori vogliono il bene dei loro figli, ma spesso sono loro stessi a fargli del male nel tentativo di amarli. Non permettere ad un figlio di sperimentarsi, di fallire e di rialzarsi equivale al passargli un messaggio costante di non valore. Non essere in grado di reggere le frustrazioni che quotidianamente la vita ci dà, imparando a farlo con piccoli passi nel processo di crescita, innesca un meccanismo che porta a depressione e ad esclusione sociale, “se non mi metto in relazione con gli altri non devo in realtà fare fatica, non mi devo confrontare e non corro rischi, così mi isolo o mi relaziono solo con chi non genera conflitto in me, con chi ad esempio sperimenta la mia stessa rabbia, e la agisce in comportamenti distruttivi”. 

Un altro aspetto non meno importante, che spesso viene a cadere nei meccanismi di ragionamento tipici dei bambini e degli adolescenti, è l’incapacità di prevedere e mentalizzare in maniera reale quali siano le conseguenze delle azioni, assorbiti da un mondo che da un lato è fatto di fasulle identità gestite sui Social e dall’altro, dall’eccesso di tutela da parte della società. I nostri ragazzi attraversati da impulsi distruttivi non sono in grado di mettere in atto meccanismi che ne inibiscano gli effetti grazie alla paura delle conseguenze. Non diventano in grado di prevedere e vedere realmente e chiaramente quali sono le conseguenze di certe azioni perché non ne hanno mai sperimentate. Nel giro di pochi anni, con l’influenza della invasione massiccia dei mass media nella vita quotidiana, sono venuti a decadere tutta una serie di valori etici e morali, generando una sorta di smarrimento di riferimenti di figure importanti per indirizzare i comportamenti. Un esempio banale sul quale mi è capitato di riflettere nei giorni scorsi (al quale lascio al lettore quali possano essere le ipotesi evolutive nella società moderna), è questo: “ricordo con affetto di quando la mia maestra delle elementari mi raccontava di questa figura “mitologica”, che era il “Presidente della Repubblica”, all’epoca Cossiga e prima di lui Pertini, e con quale reverenza e rispetto si toccassero semplici discorsi, adatti ad una bambina delle scuole elementari, e di come un clima di rispetto e reverenza si diffondesse. Paragono questo ricordo alla miriade di vignette di dubbia satira e gusto, legate ad offese anche sul piano personale, che quotidianamente ci colpiscono sui Social, in TV, sui giornali, e di come sia diventato “normale” per i più giovani non discriminare figure a cui porre rispetto a prescindere dalle idee o dall’orientamento politico.

Da qui la domanda, “quanto può valere a questo punto una maestra, un professore, un genitore?“.

Ridare il giusto valore alle cose, potrebbe essere una chiave che vada in una direzione di vero benessere. Il genitore dovrebbe fare il genitore, insegnare una strada, essere un modello, non sostituirsi ai figli, punirli quando necessario, mettere dei paletti, non vivere sotto il costante ricatto emotivo del “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Le istituzioni scolastiche non dovrebbero aver paura di mettere alla prova i ragazzi e giudicarli per l’impegno e la perseveranza messa a raggiungere i loro obiettivi e vivere sotto il costante ricatto del: “cerca in tutti i modi di far si che io non soffra”. Proviamo a fidarci noi adulti un po’ di più dei nostri ragazzi e permettiamogli di sperimentarsi, di fallire, di rialzarsi. Permettiamogli di diventare grandi soffrendo, amiamoli veramente.

PREVENIRE UNA RICADUTA È POSSIBILE CON LA MINDFULNESS

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…Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a padroneggiare il surf…
(JON KABAT-ZINN)


Le dipendenze patologiche, sia da sostanze (es. alcool, cocaina) che comportamentali (gioco d’azzardo patologico) sono considerate disturbi con una tendenza alla cronicizzazione in cui la frequenza di ricaduta è decisamente molto alta, stimandosi nella misura del 40-60 percento dei soggetti; (MC Lellan et al., JAMA 2002), è questo il motivo fondamentale per cui, nel loro trattamento, risulta fondamentale affrontare il tema delle ricadute, fornendo ai soggetti inseriti in un percorso terapeutico riabilitativo comunitario residenziale strumenti pratici per prevenirle.

Nella ricaduta gioca un ruolo fondamentale non solo la componente astinenziale legata a determinate sostanze, ma anche la componente indipendente dall’astinenza e che ha a che fare con il “desiderio irrefrenabile” (craving) di assumere nuovamente la sostanza tossica o ripetere il comportamento dannoso.

IL PROTOCOLLO MBRP (Mindfulness Based Relapse Prevention) NELLA COMUNITA TERAPEUTICA “A STEFANO CASATI”

Opsiti della Comunità

Il progetto MINDFULNESS PER PREVENIRE LE RICADUTE ha portato all’interno della Comunità Terapeutico Riabiliativa “A Stefano Casati” di Fagnano di Gaggiano (MI), che si occupa di cura delle dipendenze patologiche, un percorso rivisto ed adattato di MBRP, che permetta di accogliere i soggetti ospitati all’interno delle strutture ed inserirli in un percorso di Mindfulness, mirato a fornire strumenti utili alla prevenzione delle ricadute nell’uso di sostanze, implementando ed arricchendo gli strumenti utilizzati nel percorso di cura.

Il programma di prevenzione della ricaduta basato sulla mindfulness, MBRP (Bowen, Chawla, Marlett, 2011) è specifico per le dipendenze da sostanze o comportamenti ed integra pratiche di mindfulness (sul corpo, sensi, emozioni e pensieri) con l’approccio cognitivo-comportamentale, insegnando strategie di coping per ridurre lo stress, gestire il craving ed affrontare situazioni ad alto rischio di ricaduta, interrompendo la reattività automatica, l’impulsività e la compulsivita’.

Vi interessa l’argomento? Continuate a seguire psicologicamente….. ne parlerò ancora.

Andare dallo psicologo non significa stare male

Significa smettere di farcela da soli

Molte persone arrivano a pensare allo psicologo dopo aver resistito a lungo.
Dopo aver detto a se stesse frasi come:

  • “Passerà”
  • “Devo solo essere più forte”
  • “In fondo non sto così male”

La verità è che non serve stare “a pezzi” per chiedere aiuto.
Serve solo essere stanchi di portare tutto da soli.

Andare dallo psicologo non è per “i deboli”

Uno dei miti più duri da smontare è questo:
che chiedere aiuto significhi non farcela.

In realtà, iniziare un percorso psicologico richiede:

  • lucidità
  • coraggio
  • responsabilità verso se stessi

È una scelta attiva, non una resa.
Non è “farsi aggiustare”, ma fermarsi ad ascoltarsi.

Quando qualcosa non va… ma non sai dire cosa

Molte persone non arrivano dallo psicologo con un problema chiaro.
Arrivano con una sensazione.

Un nodo allo stomaco.
Relazioni che si ripetono uguali.
Una stanchezza che non passa.
Un’irritabilità costante.
La sensazione di vivere “un po’ in apnea”.

Il colloquio con lo Psicologo non serve solo a risolvere sintomi,
ma a dare senso a ciò che senti.

Non è solo parlare: è capire

Contrariamente a quanto si pensa, il colloquio con lo psicologo non è solo “sfogarsi”.
È un lavoro profondo di comprensione.

In uno spazio protetto puoi:

  • collegare il presente al tuo passato
  • riconoscere schemi che si ripetono
  • dare un nome a emozioni confuse
  • imparare a mettere confini
  • capire cosa è tuo e cosa no

Capire cambia il modo in cui vivi.
E spesso, anche il modo in cui soffri.

“Ma dovrò scavare per forza nel passato?”

No, non per forza.
Ciò che avviene nello studio con uno psicologo non è un interrogatorio né un tuffo obbligato nei ricordi.

Il ritmo si costruisce insieme.
Si parte da ciò che oggi pesa, e solo se serve si guarda indietro.
Sempre con un obiettivo: stare meglio nel presente.

Il rapporto psicologo-paziente fa la differenza

Uno degli aspetti più potenti è la relazione stessa.
Per molte persone è la prima esperienza di:

  • ascolto autentico
  • assenza di giudizio
  • continuità
  • sicurezza emotiva

Non è “solo parlare”.
È fare esperienza di un modo diverso di stare in relazione.

E spesso questo, da solo, è già trasformativo.

Non devi sapere già cosa dire

Molti rinunciano perché pensano:
“Non saprei nemmeno da dove cominciare.”

La buona notizia è questa: non devi saperlo.
Il compito di orientare, contenere e dare struttura è del professionista.

Tu devi solo portare ciò che c’è.
Anche se è confuso. Anche se è poco chiaro.

Il percorso psicologico non ti cambia: ti restituisce

Un percorso psicologico non ti rende qualcun altro.
Ti aiuta a tornare più vicino a te.

A distinguere ciò che sei da ciò che hai imparato a essere.
A fare spazio.
A scegliere con più consapevolezza.

Non è una scorciatoia.
È un investimento.

Forse non è il momento giusto.

O forse è proprio questo.

Molti aspettano “il momento giusto”.
Quando staranno peggio. O meglio.
Quando avranno più tempo. O meno paura.

La verità è che il momento giusto raramente arriva perfetto.
Arriva quando inizi a farti domande.

E se stai leggendo questo articolo, forse una domanda c’è già.

Puoi comodamente fissare un primo colloquio, anche da remoto direttamente da miodottore: cliccando su Marta Vanola e prenotando l’appuntamento a te più comodo, oppure direttamente al 3806878825.

Cenerentola ci ha rovinato l’amore?

Breve guida psicologica al mito del Principe Azzurro (e alla sofferenza sentimentale)

Ammettiamolo:
molte di noi non hanno mai ricevuto un’educazione sentimentale.
In compenso, hanno avuto Cenerentola.

Una bambina buona, silenziosa, paziente, che sopporta umiliazioni indicibili…
e viene premiata con un principe, un castello e una vita perfetta.

Fine della fiaba.
Inizio della confusione emotiva.

Il messaggio nascosto (ma neanche troppo)

La fiaba di Cenerentola, come molte altre, trasmette un’idea potente e seducente:

Se soffri abbastanza, prima o poi qualcuno arriverà a salvarti.

E non uno qualunque.
Un principe.
Azzurro.
Possibilmente ricco, emotivamente risolto e capace di leggerti nell’anima senza comunicare.

Il problema non è la fiaba.
Il problema è che nessuno ci ha detto che era solo una fiaba.

Bambine educate all’attesa (e non alla scelta)

Cenerentola non sceglie.
Aspetta.

Non protesta.
Sopporta.

Non mette confini.
Resiste.

Il messaggio implicito è chiaro:
l’amore vero arriva se sei abbastanza buona, paziente e sacrificabile.

Risultato?
Molte bambine diventano adulte convinte che:

  • l’amore debba far male
  • la sofferenza sia una prova di valore
  • prima o poi l’altro “capirà”
  • andarsene significhi fallire

Il Principe Azzurro e il mito della relazione perfetta

Il Principe Azzurro non sbaglia.
Non ha crisi.
Non comunica male.
Non ha traumi irrisolti (incredibile, considerando l’infanzia reale dei principi).

Questo crea un’aspettativa devastante:
se la relazione è difficile, allora non è quella giusta
oppure, peggio, è colpa mia.

Così si resta:

  • con partner emotivamente indisponibili
  • in relazioni sbilanciate
  • aspettando una trasformazione che non arriva

Perché, in fondo, Cenerentola ce l’ha fatta.
No?

Predestinate alla sofferenza (ma con le scarpe belle)

La fiaba insegna che:

  • l’amore arriva dall’esterno
  • il valore viene riconosciuto solo se qualcuno ti sceglie
  • il lieto fine dipende dalla resistenza, non dall’autenticità

E così molte donne crescono allenatissime a soffrire,
ma poco allenate a:

  • riconoscere i propri bisogni
  • scegliere chi è davvero compatibile
  • andarsene senza sentirsi cattive

Non è romanticismo.
È condizionamento emotivo.

Spoiler: il Principe Azzurro non esiste (e va bene così)

Nella vita reale:

  • nessuno arriva a salvarti
  • l’amore non cancella le ferite
  • le relazioni sane si costruiscono, non si subiscono

E soprattutto:
non devi soffrire per meritare amore.

Questa è forse la verità più rivoluzionaria che una donna possa imparare.

E se il vero lieto fine fosse un altro?

Forse il vero lieto fine non è essere scelte.
Ma scegliere.

Non essere salvate.
Ma diventare autonome emotivamente.

Non restare a tutti i costi.
Ma restare solo dove c’è reciprocità.

Un percorso psicologico serve anche a questo:
a smontare miti interiorizzati,
a distinguere l’amore dalla dipendenza,
a riscrivere la propria idea di relazione — finalmente adulta.

Conclusione (senza carrozza)

Cenerentola non ci ha rovinate.
Ma ci ha lasciato un’eredità emotiva che vale la pena rivedere.

Possiamo tenere le scarpe belle.
Ma buttare via l’idea che l’amore debba salvarci.

E vivere relazioni un po’ meno fiabesche,
ma molto più vere.

Il bisogno di controllo nelle relazioni: protezione o dominio?

“Lo faccio per il tuo bene.”
“Se ti chiedo dove sei è perché mi importa.”
“Senza di me non sapresti cavartela.”

Il controllo, nelle relazioni, raramente si presenta come tale.
Spesso indossa il volto della cura, della preoccupazione, dell’amore intenso.
E proprio per questo può diventare difficile riconoscerlo — sia per chi lo esercita, sia per chi lo subisce.

Quando il controllo nasce dalla paura

Alla base del bisogno di controllo non c’è quasi mai il desiderio di dominare l’altro.
C’è, molto più spesso, la paura.

Paura di perdere.
Paura di non essere abbastanza.
Paura dell’abbandono, del caos, dell’imprevedibilità emotiva.

Controllare diventa allora una strategia di protezione:
se tengo tutto sotto controllo, forse non soffrirò.

Ma l’amore non è un territorio che si può sorvegliare senza conseguenze.

Protezione o dominio? La linea sottile

Il confine tra protezione e dominio è sottile e spesso scivoloso.

Il controllo “protettivo”:

  • rassicura chi lo esercita
  • riduce l’ansia nel breve periodo
  • dà l’illusione di stabilità

Ma nel tempo può trasformarsi in:

  • limitazione della libertà dell’altro
  • svalutazione dell’autonomia
  • dipendenza emotiva
  • squilibri di potere nella relazione

Quando uno decide, anticipa, corregge, verifica costantemente…
l’altro, lentamente, smette di sentirsi soggetto.

Anche chi controlla soffre

È importante dirlo:
chi controlla non è sempre “forte” o “manipolatore”.
Spesso è una persona che non si sente al sicuro emotivamente.

Dietro il controllo si nascondono domande profonde:

  • Se non controllo, verrò lasciato?
  • Se l’altro è libero, mi sceglierà ancora?
  • Posso fidarmi senza vigilare?

Il controllo diventa un modo per tenere lontano un dolore antico.
Ma a lungo andare, isola.

Quando il controllo diventa invisibile

Non tutto il controllo è esplicito.
Esiste anche quello più sottile, difficile da nominare:

  • il silenzio punitivo
  • il senso di colpa indotto
  • il “non ti obbligo, ma sai come ci resto”
  • il bisogno di essere sempre rassicurati

Sono forme meno evidenti, ma altrettanto impattanti.
Creano relazioni in cui uno si adatta e l’altro dirige, anche senza accorgersene.

Relazioni sane: sicurezza, non sorveglianza

Una relazione sana non elimina l’ansia, ma la rende gestibile.
Non chiede all’altro di rinunciare a sé, ma di incontrarsi.

La vera sicurezza emotiva non nasce dal controllo,
ma dalla fiducia, dalla comunicazione e dalla capacità di tollerare l’incertezza.

E questa capacità, spesso, non si improvvisa.

Il ruolo di un percorso psicologico

Un percorso con uno psicologo può aiutare a:

  • comprendere da dove nasce il bisogno di controllo
  • distinguere cura da possesso
  • lavorare sulle paure profonde che lo alimentano
  • imparare forme di regolazione emotiva più sane
  • costruire relazioni basate sulla reciprocità, non sul potere

In terapia, il controllo può finalmente essere visto non come un difetto,
ma come un segnale: qualcosa che chiede ascolto e trasformazione.

Scegliere l’incontro, non il controllo

Amare non significa trattenere.
Significa scegliere l’altro, ogni giorno, senza costringerlo a restare.

Quando il controllo si allenta, può emergere qualcosa di nuovo:
una relazione più viva, più libera, più autentica.
E soprattutto, più sicura — per entrambi.

Amiamo come siamo stati amati:

il peso invisibile dell’infanzia nelle relazioni adulte

Non scegliamo a caso come amiamo.
Non è solo una questione di carattere, di fortuna o di “partner giusto”.

Nelle relazioni adulte portiamo con noi una memoria silenziosa, spesso inconsapevole:
il modo in cui siamo stati amati da bambini.

È un’eredità invisibile, ma potente.
Agisce nei nostri gesti, nelle aspettative, nelle paure, nei silenzi.
E soprattutto… nei legami più intimi.

L’amore che abbiamo imparato (prima ancora di capirlo)

Prima di sapere cosa fosse l’amore, lo abbiamo sentito.
Attraverso la presenza o l’assenza, la cura o l’imprevedibilità, la vicinanza o la distanza emotiva di chi si prendeva cura di noi.

Da lì abbiamo imparato, senza parole, risposte come:

  • Posso fidarmi?
  • I miei bisogni contano?
  • Devo fare qualcosa per essere amato?
  • È sicuro avvicinarsi o è meglio proteggersi?

Queste risposte diventano una sorta di mappa relazionale interna.
Non sempre accurata, ma molto resistente al cambiamento.

Perché da adulti ripetiamo dinamiche che ci fanno soffrire

Molte persone si chiedono:
“Perché finisco sempre nello stesso tipo di relazione?”
“Perché mi sento sempre troppo o mai abbastanza?”

Spesso non stiamo scegliendo ciò che ci fa stare bene, ma ciò che ci è familiare.

Se l’amore è stato incostante, potremmo confondere l’intensità con la profondità.
Se è stato condizionato, potremmo cercare partner da “convincere”.
Se è stato distante, potremmo desiderare chi non è davvero disponibile.

Non perché ci piaccia soffrire, ma perché quel modello ci è noto.

L’infanzia non determina, ma orienta

È importante dirlo chiaramente:
l’infanzia non ci condanna.

Ma orienta il nostro modo di stare in relazione finché non diventa oggetto di consapevolezza.

Quando queste dinamiche restano inconsce:

  • reagiamo invece di scegliere
  • ci adattiamo invece di esprimerci
  • restiamo in relazioni che ci confermano, anche se ci feriscono

La buona notizia è che ciò che è stato appreso può essere trasformato.

Le relazioni adulte come luogo di riattivazione (e possibilità)

Le relazioni intime non sono solo spazi di amore, ma anche luoghi di riattivazione delle ferite antiche.

È lì che emergono:

  • la paura dell’abbandono
  • il bisogno di controllo
  • la difficoltà a fidarsi
  • la tendenza a scomparire emotivamente

Molti vivono queste reazioni come “difetti personali”.
In realtà sono strategie di sopravvivenza emotiva apprese molto presto.

Perché un percorso psicologico può fare la differenza

Un percorso con uno psicologo non serve a “dare colpe al passato”, ma a:

  • rendere visibili schemi automatici
  • distinguere il passato dal presente
  • imparare nuovi modi di stare in relazione
  • costruire confini più sani
  • scegliere partner e legami più coerenti con i propri bisogni attuali

All’interno del Setting psicologico, spesso, accade qualcosa di nuovo:
per la prima volta, la persona sperimenta una relazione sicura, stabile, non giudicante.
E da lì, lentamente, può riscrivere il proprio modo di amare.

Amare in modo diverso è possibile

Non possiamo cambiare come siamo stati amati.
Ma possiamo cambiare come continuiamo ad amarci e a farci amare.

Il primo passo non è trovare la relazione giusta,
ma capire la relazione che abbiamo imparato.

E questo è un lavoro profondo, delicato, ma possibile.
Soprattutto se fatto accompagnati.

Vuoi provare a iniziare questo cambiamento? mi trovi su miodottore: Marta Vanola o direttamente al 3806878825

Quando l’amore non basta: perché alcune relazioni sane finiscono comunque

Ci hanno insegnato che se c’è amore, allora dovrebbe bastare.
Che due persone che si rispettano, si vogliono bene e non si fanno del male dovrebbero “farcela”.
Eppure, nella pratica clinica e nella vita reale, sappiamo che non sempre è così.

Ci sono relazioni che finiscono senza tradimenti, senza violenze, senza grandi colpe.
Relazioni sane, in cui l’amore c’è davvero.
E proprio per questo la fine fa ancora più male.

Quando non c’è un “cattivo”, ma solo due bisogni diversi

Una delle difficoltà più grandi da accettare è questa:
una relazione può non funzionare anche se nessuno sbaglia.

Due persone possono amarsi e allo stesso tempo trovarsi in momenti di vita incompatibili, con bisogni emotivi divergenti o con modalità relazionali che, nel tempo, entrano in attrito.

Non tutte le separazioni sono fallimenti.
Alcune sono il risultato di una crescita che prende direzioni diverse.

L’attaccamento: quando amiamo in modi che non si incontrano

Il modo in cui ci leghiamo non è casuale.
Deriva dalle prime relazioni significative e tende a ripresentarsi anche nell’età adulta.

Può succedere che:

  • una persona cerchi vicinanza, conferme, progettualità
  • l’altra abbia bisogno di spazio, autonomia, lentezza

All’inizio queste differenze possono persino attrarre.
Col tempo, però, diventano terreno di incomprensioni profonde: uno si sente “troppo”, l’altro “mai abbastanza”.

L’amore resta, ma il linguaggio emotivo non è condiviso.

Il timing di vita: amarsi nel momento sbagliato

Un altro fattore spesso sottovalutato è il momento di vita.

Ci sono persone pronte a costruire, a stabilizzarsi, a fare spazio all’altro.
E altre che, pur amando, sono immerse in fasi di trasformazione personale, crisi identitarie, cambiamenti professionali, bisogni di ridefinizione.

Il problema non è volere cose diverse “in assoluto”, ma volerle in momenti diversi.

E il tempo, nelle relazioni, non è neutro.

Bisogni divergenti: quando l’amore non li colma

Amare non significa annullare i propri bisogni.
Anzi, nelle relazioni più sane, i bisogni diventano più chiari.

Ma cosa succede quando:

  • uno ha bisogno di profondità emotiva e l’altro di leggerezza?
  • uno desidera condivisione quotidiana e l’altro indipendenza?
  • uno cresce attraverso la relazione e l’altro fuori da essa?

L’amore non può essere l’unico collante.
Se per restare insieme una persona deve ridursi, silenziarsi o adattarsi continuamente, il prezzo diventa troppo alto.

Il dolore delle relazioni che finiscono “bene”

Le relazioni sane che finiscono fanno un dolore particolare.
Perché non possiamo aggrapparci alla rabbia, al torto subito, al rancore.

Resta solo una domanda difficile:
“Se ci volevamo bene, perché non è bastato?”

La risposta, spesso, è questa:
perché l’amore è una condizione necessaria, ma non sempre sufficiente.

Servono compatibilità emotiva, tempi condivisi, bisogni che possano incontrarsi senza sacrifici profondi.

Lasciarsi può essere un atto di rispetto

A volte la scelta più matura non è restare a tutti i costi, ma riconoscere un limite reale.
Non per mancanza d’amore, ma per eccesso di consapevolezza.

Lasciarsi, in questi casi, non significa non aver amato abbastanza.
Significa aver amato senza tradire se stessi.

E forse è proprio questo il passaggio più difficile — e più evolutivo — nelle relazioni adulte.

Le affinità elettive: perchè alcune persone ci risuonano più di altre?

Ci sono incontri che non passano inosservati. Persone con cui, fin dai primi scambi, sembra crearsi una sorta di riconoscimento immediato, come se qualcosa di profondo entrasse in risonanza. Non sempre si tratta di amore romantico: può accadere in un’amicizia, in un rapporto professionale, persino in un contesto terapeutico.
Questa esperienza viene spesso descritta con l’espressione “affinità elettive”.

Cosa si intende per affinità elettive

Il termine “affinità elettive” deriva dalla letteratura (Goethe lo rese celebre) e indica un legame che non nasce dal caso, ma da una reciproca attrazione psichica, spesso inconscia. In psicologia, possiamo intendere le affinità elettive come l’incontro tra strutture emotive, bisogni relazionali, vissuti e modalità di stare nel mondo che, in qualche modo, si riconoscono.

Non è semplicemente “avere cose in comune”. È piuttosto la sensazione che l’altro tocchi corde interne già esistenti, talvolta antiche, talvolta mai pienamente consapevoli.

Da dove nasce questa risonanza

Le affinità elettive si costruiscono su più livelli:

  • Livello emotivo: l’altro sembra comprendere, accogliere o dare forma a emozioni che facciamo fatica a nominare.
  • Livello relazionale: si incastrano ruoli, bisogni di vicinanza o distanza, modalità di accudimento o riconoscimento.
  • Livello inconscio: l’altro può rappresentare una figura significativa del passato, oppure incarnare parti di noi non ancora integrate.

In questo senso, l’affinità elettiva non è sempre “comoda” o rassicurante. Può essere intensa, trasformativa, talvolta destabilizzante.

Affinità elettive e ripetizione

Dal punto di vista clinico, è importante ricordare che non tutte le affinità elettive sono necessariamente sane.
Alcune relazioni ci attraggono perché ripropongono schemi familiari, dinamiche note, anche se dolorose. In questi casi, l’affinità non è tanto una scelta libera quanto una ripetizione.

La differenza sta nella possibilità di portare consapevolezza: quando riconosciamo cosa ci lega davvero all’altro, possiamo decidere se restare in quella relazione, come trasformarla o, talvolta, lasciarla andare.

Quando riconosciamo che un’ affinità elettiva ci fa stare bene, probabilmente stiamo andando nella direzione trasformativa, quella che risana e trasforma.

Affinità elettive e crescita personale

Le affinità elettive possono diventare potenti occasioni di crescita. Attraverso l’altro possiamo:

  • conoscere parti di noi rimaste in ombra
  • rielaborare ferite relazionali
  • sperimentare nuove modalità di contatto emotivo

In un contesto di cura psicologico, ad esempio, il legame che si crea tra paziente e psicologo può contenere elementi di affinità elettiva. È proprio su questa base che diventa possibile il lavoro clinico, a patto che tale risonanza venga pensata, elaborata e non agita.

Scegliere, non solo sentire

Sentire un’affinità è un’esperienza umana profonda e naturale. Ma crescere significa imparare a scegliere cosa farne.
Non tutte le risonanze vanno seguite ciecamente, così come non tutte vanno evitate per paura.

La psicologia ci invita a un passaggio fondamentale: dal “mi attrae” al “capisco perché mi attrae”. È in questo spazio che l’affinità elettiva smette di essere destino e diventa possibilità.

Dedicato alle affinità elettive che “quando credevi di esser sola, ti fan scoprire di essere stata accompagnata nel viaggio”. MV

Capodanno: il bisogno umano di rinascere (e perché non serve essere perfetti per ricominciare)

C’è qualcosa di magico nei giorni che precedono il Capodanno.
Nonostante la stanchezza, la corsa dei regali e l’anno che si chiude alle spalle, sentiamo che si apre una porta simbolica.
Un nuovo calendario, un nuovo numero, la promessa di un “nuovo inizio”.

Ma da un punto di vista psicologico, che cosa rappresenta davvero il Capodanno?
Perché ogni anno abbiamo bisogno di ricominciare, fare bilanci, scrivere buoni propositi — e spesso sentirci in colpa quando non li rispettiamo?

Il Capodanno come rito di passaggio

Ogni cultura, in ogni epoca, ha avuto riti per segnare la fine e l’inizio di un ciclo.
L’essere umano ha bisogno di simboli di passaggio per dare senso al tempo: per chiudere, lasciare, rinnovare.
Il Capodanno non è solo una festa: è un rito collettivo che ci aiuta a mettere ordine nel caos del tempo interiore.

Quando diciamo “Anno nuovo”, in realtà stiamo dicendo:

“Voglio credere che posso rinascere.”

È un desiderio profondo, legato alla psicologia della speranza e della crescita.
Chiudere un anno significa riconoscere il percorso fatto, con le sue ombre e le sue luci.
Aprirne uno nuovo significa dare spazio alla possibilità.

L’importanza di chiudere prima di ricominciare

Spesso corriamo verso il nuovo anno senza fermarci a salutare quello vecchio.
Ma ogni “inizio” ha bisogno di una fine consapevole.
Come in una relazione, o in una fase della vita, serve un momento per dire:

“È stato difficile, ma mi ha insegnato qualcosa.”
“Non tutto è andato come volevo, ma ho camminato.”

Psicologicamente, questo atto di chiusura aiuta a integrare l’esperienza, invece di rimuoverla.
Non è solo “guardare avanti”, ma riconoscere ciò che è stato, con gratitudine e perdono.

✨ Un piccolo esercizio di fine anno:
Prendi un foglio e scrivi due colonne:

  • “Cosa voglio lasciare”
  • “Cosa voglio portare con me”
    Poi, brucia o strappa la parte che lasci andare. È un gesto semplice ma liberatorio.

L’illusione del “nuovo me”

Ogni gennaio si riempie di frasi come “Anno nuovo, vita nuova” o “Da domani cambio tutto”.
Ma spesso questi buoni propositi diventano una fonte di ansia da prestazione.
Ci sentiamo inadeguati se non diventiamo subito più sani, produttivi o perfetti.

In realtà, la psicologia del cambiamento ci insegna che le trasformazioni durature sono graduali.
Non nascono da un giorno preciso, ma da piccoli passi costanti.

Il Capodanno, allora, non dovrebbe essere una promessa di perfezione, ma un invito alla continuità consapevole:
un momento per chiedersi non “Cosa devo diventare?”, ma

“Chi voglio essere un po’ di più?”

Il nuovo anno come spazio di intenzioni, non di obblighi

C’è una grande differenza tra propositi e intenzioni.
I propositi suonano come doveri: “devo dimagrire”, “devo leggere di più”, “devo cambiare lavoro”.
Le intenzioni, invece, nascono dal cuore: “voglio prendermi più cura di me”, “voglio ascoltare di più”, “voglio vivere con più leggerezza”.

Le intenzioni creano un orientamento gentile, che non punisce se non riesci subito.
Sono come una bussola: ti ricordano la direzione, anche se il percorso non è lineare.

✨ Prova questo rituale di inizio anno:
Scrivi tre intenzioni per l’anno nuovo, iniziando con:

  • “Quest’anno voglio coltivare…”
  • “Quest’anno scelgo di lasciare…”
  • “Quest’anno desidero imparare…”

Non devono essere perfette, ma vere.

Il valore psicologico della speranza

Il Capodanno ci parla di speranza, una delle emozioni più potenti e terapeutiche che esistano.
Sperare non significa illudersi, ma credere nella possibilità di cambiamento.
La speranza è il motore che tiene viva la motivazione anche nei momenti incerti.

Secondo la psicologia positiva, non è la felicità che ci rende motivati, ma il contrario:
sono le piccole azioni piene di senso che costruiscono la felicità.

Per questo, ogni nuovo anno è come un foglio bianco: non serve riempirlo subito, basta iniziare con un segno.

Conclusione: ricominciare, senza cancellare

Capodanno non è un punto e a capo, ma una virgola.
Non dobbiamo diventare persone nuove, ma ritrovarci un po’ di più.
Accogliere il nuovo anno significa onorare ciò che abbiamo vissuto, abbracciare ciò che siamo e aprirci con fiducia a ciò che verrà.

“Ogni anno non è un altro inizio, ma un’altra possibilità di essere pienamente vivi.”

Così, più che cambiare tutto, possiamo scegliere di stare meglio dentro ciò che già siamo.
E forse, questa, è la vera rinascita.

Buon 2026… MV

Il senso del Natale: uno sguardo psicologico sul tempo della connessione

Ogni anno, quando arriva dicembre, qualcosa cambia nell’aria.
Le luci si accendono, le vetrine si riempiono di rosso e oro, i profumi di cannella e mandarino tornano a evocare ricordi lontani.
Il Natale, al di là delle tradizioni religiose o culturali, ha un impatto profondo sulla nostra psiche.
È un momento che tocca corde antiche: il bisogno di calore, appartenenza, significato e rinascita.

Ma dietro la magia natalizia, spesso si nascondono anche emozioni contrastanti: nostalgia, solitudine, stress, aspettative.
Ecco perché vale la pena chiedersi: qual è, davvero, il senso del Natale da un punto di vista psicologico?

Il Natale come simbolo di rinascita interiore

Dal punto di vista psicologico, il Natale rappresenta un rito di passaggio: un momento di chiusura e di rinascita.
Arriva alla fine dell’anno, quando il buio è più lungo e la luce più rara — non a caso, coincide con il solstizio d’inverno, il momento in cui le giornate iniziano lentamente ad allungarsi.

È un simbolo di luce che ritorna, dentro e fuori di noi.
Per molti, il Natale diventa una pausa naturale di introspezione: un tempo per fare bilanci, per sentire cosa si vuole lasciare andare e cosa si desidera rinascere.

Psicologicamente, questa fase può risvegliare domande profonde:

“Chi sono diventata quest’anno?”
“Cosa voglio portare con me nel nuovo anno?”
“Cosa merita di essere lasciato andare?”

In questo senso, il Natale non è solo una festa, ma un invito al rinnovamento interiore.

Il bisogno di calore e appartenenza

Sotto la superficie dei regali e delle decorazioni, il Natale parla soprattutto di relazioni.
È il momento in cui si risveglia il desiderio di vicinanza, di famiglia, di sentirsi parte di qualcosa.
La nostra mente, che per natura tende alla connessione, cerca nel Natale la conferma di essere amata e ricordata.

Per chi vive relazioni armoniose, questo periodo può rafforzare il senso di appartenenza e gratitudine.
Ma per chi affronta tensioni familiari, lutti o distanze, può emergere anche una sensazione di vuoto o solitudine amplificata.

E questo è del tutto umano.
Perché il Natale fa risuonare il bisogno più antico e profondo che abbiamo: quello di essere visti, accolti, compresi.

Come direbbe lo psicologo Abraham Maslow, dopo i bisogni primari di sopravvivenza, il passo successivo dell’essere umano è amare ed essere amato.
Il Natale, con tutta la sua intensità emotiva, ci ricorda proprio questo: la vita trova senso nella connessione.

L’altra faccia del Natale: aspettative e stress

Non tutti vivono il Natale come un periodo sereno.
Per molte persone, è una fonte di stress emotivo e mentale: la corsa ai regali, i pranzi infiniti, la pressione sociale di “essere felici”.
Spesso si confonde la felicità con la perfezione — la tavola perfetta, la famiglia perfetta, l’atmosfera perfetta.

Da un punto di vista psicologico, questa è la trappola delle aspettative idealizzate: quando il Natale reale non coincide con quello immaginato, arriva la frustrazione.
Ma la buona notizia è che possiamo riscrivere il significato del Natale, rendendolo più autentico e sostenibile emotivamente.

🎁 Un piccolo esercizio di consapevolezza:
Prenditi cinque minuti e chiediti:

“Di cosa ho davvero bisogno questo Natale?”
“Cosa mi farebbe sentire in pace, non solo in dovere?”
“Cosa posso lasciar andare per vivere con più leggerezza?”

A volte basta poco: ridurre gli impegni, dire qualche “no”, o semplicemente concedersi una giornata senza doveri.
Il vero regalo è riconoscersi e rispettarsi.

Natale come tempo dell’anima

Nel profondo, il Natale ci invita a riconnetterci alla parte più autentica di noi — quella che cerca significato oltre la frenesia, che desidera amore più che cose.
È un tempo che parla di interiorità, di lentezza, di silenzio.
Per questo, anche la solitudine natalizia può trasformarsi in uno spazio prezioso, se vissuta come occasione per ascoltarsi.

Un cammino psicologico maturo consiste proprio in questo:
passare dal bisogno di “avere un Natale perfetto” al desiderio di vivere un Natale vero, coerente con il proprio sentire.
Che sia in compagnia o in silenzio, in famiglia o in viaggio, ciò che conta è esserci, con sincerità.

Riscoprire il senso autentico

Forse il senso psicologico del Natale non sta tanto nei gesti esteriori, ma nel loro significato:

  • Accendere una candela come simbolo di speranza.
  • Preparare un pasto come atto di cura.
  • Donare tempo e ascolto come segno di amore autentico.

Quando lo viviamo così, il Natale torna a essere ciò che è sempre stato nella nostra memoria affettiva:
un tempo di calore, di attesa, di rinascita.

Conclusione: la luce che portiamo dentro

Da un punto di vista psicologico, il Natale è un promemoria di ciò che ci rende umani: la capacità di amare, di creare significato, di rinascere dalle difficoltà.
È la stagione in cui il mondo rallenta e ci invita a guardare dentro, per accendere una piccola luce anche nei punti più bui.

Perché, alla fine, il vero Natale non accade fuori, ma dentro di noi.
E ogni volta che scegliamo la gentilezza, la gratitudine o l’ascolto, quella luce cresce — e scalda anche gli altri.

“Il Natale non è un giorno, ma uno stato dell’anima.”
— Mary Ellen Chase

Buon Natale, con affetto MV

Quando le feste fanno male: la solitudine in mezzo alla famiglia

Le feste vengono raccontate come un tempo di unione, intimità e calore. Le pubblicità mostrano tavole imbandite, sorrisi sinceri e abbracci spontanei. Ma per molte persone la realtà è molto diversa: il periodo natalizio può diventare uno dei momenti più difficili dell’anno.
Una difficoltà che spesso non si vede dall’esterno, ma che pesa profondamente dentro: la solitudine in mezzo alla famiglia.

Come psicologa, mi capita di affrontare questo tema nelle sedute di dicembre. Non è una “stranezza”, né un difetto personale: è un’esperienza umana molto più diffusa di quanto si creda.

La solitudine relazionale: non essere soli, ma sentirsi soli

La solitudine non è solo l’assenza di persone intorno a noi. È una percezione più sottile, più dolorosa:
sentire di non avere un posto, di non essere compresi, di non essere visti veramente.

Accade quando si è fisicamente seduti accanto a parenti, ma emotivamente distanti.
È una solitudine “a contatto”, che si vive nella vicinanza forzata, nei silenzi pieni, negli sguardi che non ci raggiungono.

È possibile sentirsi soli anche:

  • mentre si chiacchiera,
  • mentre si serve il cibo,
  • mentre si ride “per educazione”,
  • mentre tutti parlano, ma nessuno parla davvero con te.

Questa è una solitudine che fa male perché contrasta con l’idea che dovremmo sentirci felici.

Perché le feste amplificano questa sensazione

Durante le festività, le aspettative diventano più forti:
“Si deve essere felici”, “si deve andare d’accordo”, “si deve sentire la famiglia come un rifugio”.

Quando questo non accade, emerge una discrepanza dolorosa tra ciò che viviamo e ciò che “dovrebbe essere”.

Le feste amplificano la solitudine per diversi motivi:

• Confronto sociale accentuato

Si osservano le dinamiche degli altri, e si ha la sensazione che tutti siano più vicini, più uniti, più amati.

• Ruoli familiari rigidi

Si torna in ruoli che non ci appartengono più: il figlio che non viene preso sul serio, la sorella sempre pronta a dare ma mai ascoltata, il parente “fuori posto”.

• Mancanza di ascolto autentico

Le conversazioni superficiali o giudicanti fanno sentire ancora più soli.

• Ferite antiche che riemergono

La casa d’infanzia o alcuni parenti possono riattivare memorie emotive non elaborate.

“Non mi vedono”: la ferita della non-rispondenza

Uno dei dolori più profondi che la solitudine familiare porta con sé è la mancanza di risonanza emotiva: la percezione che ciò che sentiamo non interessi davvero a nessuno.

Nelle sedute, molti raccontano frasi come:

  • “Parlo, ma è come se non dicessi niente.”
  • “Sorridono, ma non mi ascoltano.”
  • “Mi vedono solo nel ruolo che ho sempre avuto, non come la persona che sono diventata.”

Non essere visti — non davvero — crea una frattura invisibile, che spesso emerge proprio a Natale.

La pressione della felicità obbligatoria

Uno degli aspetti più invalidanti è il senso di colpa:
“Dovrei essere felice. Dovrei essere riconoscente. Perché invece mi sento così?”

Questa pressione porta molte persone a nascondere il proprio disagio, a recitare una parte, a indossare un sorriso che pesa.
Ma la psicologia ci insegna che non provare ciò che ci si aspetta da noi non è una colpa: è una realtà emotiva.

Accogliere questa realtà è più sano che negarla.

Strategie psicologiche per affrontare la solitudine familiare

. Dare un nome a ciò che senti

La solitudine non si dissolve ignorandola. Nominarla è un atto di coraggio e di cura verso di sé.
“Mi sento sola anche se sono qui.”
Riconoscerlo internamente riduce l’autocritica.

. Alleggerire le aspettative

Non è necessario che il pranzo di Natale “vada bene”.
Può semplicemente essere “sufficientemente buono”.

. Creare micro-spazi di respiro

Un momento da soli in balcone, una breve passeggiata, un aiuto in cucina: piccoli spazi per ricollegarsi al proprio equilibrio interno.

. Cercare una “base sicura”

Non sempre è un familiare.
Può essere un partner, un amico, una persona lontana con cui scambiare un messaggio.
A volte basta un contatto per non sentirsi completamente soli.

. Proteggere ciò che è privato

Non devi condividere tutto. Non devi spiegarti. Non devi essere “trasparente” con chi non è in grado di accogliere.

La privacy emotiva è un confine sano.

. Creare rituali tuoi

Le tue feste non devono coincidere solo con il pranzo di famiglia.
Puoi aggiungere un rituale tutto tuo: una camminata, un film speciale, un momento di scrittura, un regalo simbolico.
Un modo per dirti: “Ci sono per me stessa.”

Quando la solitudine familiare indica qualcosa di più profondo

A volte ciò che accade a Natale è solo la punta di un percorso più antico:

  • legami che non sono mai stati nutriti,
  • ruoli che soffocano,
  • bisogni non riconosciuti,
  • dinamiche affettive sbilanciate,
  • un senso di non appartenenza cronico.

In questi casi, la festa diventa una lente d’ingrandimento.
Un percorso psicologico può aiutare a comprendere le origini di questa solitudine e a costruire nuove modalità relazionali più sane.

Non sei sbagliata/o: stai solo sentendo ciò che non è mai stato nominato

La solitudine in mezzo alla famiglia è uno dei dolori emotivi più ignorati, perché si pensa che “ci si dovrebbe sentire uniti”.
Ma ogni famiglia ha le sue ombre, le sue distanze, le sue mancanze.

Sentirle non ti rende meno forte.
Ti rende umana.

Conclusione

Le feste non sono un test del valore personale né la prova della qualità delle relazioni familiari.
Sono semplicemente un contesto più denso, più simbolico, in cui quello che normalmente resta sotto traccia tende a emergere.

Se ti senti sola, se provi distanza, se senti di non avere posto, sappi che la tua esperienza merita ascolto e legittimità.
E può diventare l’inizio di un cambiamento: un modo nuovo di stare nella tua storia, con più consapevolezza e più gentilezza verso te stessa.

Pranzi di Natale: gestire i commenti indesiderati senza ferirsi

Le feste dovrebbero essere un momento dedicato alla convivialità e al ritrovo, ma per molte persone rappresentano anche un periodo di forte tensione emotiva. Tra tavole apparecchiate, cibo abbondante e apparente leggerezza si nasconde spesso un terreno minato fatto di domande indiscrete, opinioni non richieste e giudizi mascherati da “buone intenzioni”.

Come psicologa, capita di sentire storie molto simili: chi teme il ritorno al tavolo dei parenti, chi si sente giudicato, chi vive come un esame l’intera giornata. Questo racconto condiviso ci dice una cosa importante: non sei solo, e non è una tua fragilità se certe frasi ti fanno male.

Perché i commenti familiari colpiscono più degli altri

Un commento proveniente da un estraneo può infastidire, ma uno che arriva da un familiare ha un peso diverso. La famiglia è il nostro primo ambiente emotivo: è lì che si forma il senso del valore personale, la percezione di essere visti o non visti, accettati o giudicati.

Per questo frasi come:

  • “Hai messo su peso?”
  • “Quando trovi un lavoro serio?”
  • “A 30 anni ancora single?”
  • “Ma non ti decidi ad avere un figlio?”
  • “Ti vedo stanca… sicuramente c’è qualcosa che non va?”

possono attivare ferite antiche, insicurezze mai del tutto elaborate, o semplicemente la sensazione di non essere compresi.

Il sottotesto nascosto

Quasi sempre, la sofferenza nasce dal non detto che si porta dietro il commento:
“Non vai bene così come sei”, “Dovresti essere diverso”, “Non stai raggiungendo quello che ci aspettiamo da te”.

Capire questo meccanismo ci aiuta a depersonalizzare la critica.

I commenti parlano più di chi li fa che di chi li riceve

Un aspetto centrale da ricordare è che molti commenti riflettono il mondo interno di chi li pronuncia:

  • ansie proiettate (“se non ti sistemi, io mi preoccupo”),
  • valori rigidi (“la vita giusta è quella che penso io”),
  • bisogno di controllo (“so io cosa è meglio per te”),
  • difficoltà a tollerare le differenze.

Non giustifica il comportamento, ma permette di comprendere meglio e soffrire meno:
Non sta parlando di te. Sta parlando del suo modo di vedere il mondo.

Perché è così difficile rispondere senza ferirsi o ferire

Molte persone mi dicono:
“Vorrei rispondere, ma ho paura di litigare.”
Oppure:
“Mi blocco. So che mi fa male, ma non riesco a dire nulla.”

Questo accade perché nei contesti familiari si attivano dinamiche di ruolo: figlio/figlia, nipote, fratello, sorella. Rispondere con assertività può sembrare “sbagliato”, perché non corrisponde alla parte che siamo abituati a interpretare.

Inoltre c’è il desiderio naturale di evitare conflitti durante le feste, che spesso si traduce nel tacere.
Il problema è che il silenzio prolungato può farci accumulare tensione.

Strategie psicologiche per proteggersi senza alimentare conflitti

A. Preparare una “frase ponte”

Le frasi ponte servono ad assorbire l’impatto emotivo e spostare l’attenzione altrove, senza entrare in scontro:

  • “Capisco il tuo punto, ma non è un argomento che voglio affrontare oggi.”
  • “So che lo dici con buone intenzioni, ma preferirei cambiare discorso.”
  • “Ne parliamo un’altra volta, ora preferisco godermi il pranzo.”

Sono semplici, ma molto efficaci.

B. Impostare confini chiari

Dire “Preferisco non parlarne” non è rude né aggressivo.
È un atto di rispetto verso se stessi e verso la relazione.

Spesso temiamo che mettere confini ferisca l’altro, ma la realtà clinica mostra che la maggior parte delle persone reagisce meglio a un confine chiaro che a un sorriso forzato.

C. Usare risposte brevi e ferme

Le risposte troppo lunghe aprono la porta a ulteriori domande.
Le risposte brevi non lasciano spazio a invadenze:

  • “È tutto sotto controllo.”
  • “Sto bene così.”
  • “Non ho novità su questo fronte.”

D. Non entrare in giustificazioni

Giustificarsi è un segnale che il confine non è solido.
Non devi spiegare le tue scelte di vita in un pranzo di Natale.

E. Prendersi una pausa se serve

Un’uscita in balcone, un turno per sparecchiare, un bicchiere d’acqua in cucina possono essere micro-momenti di decompressione.
Non è fuga: è autoregolazione.

F. Scegliere gli alleati emotivi

In ogni famiglia c’è almeno una persona più empatica o neutrale.
A volte basta scambiare uno sguardo con chi ci capisce per sentirsi meno soli.

Non puoi controllare i commenti degli altri, ma puoi controllare la tua posizione interiore

Questa è la parte più delicata e anche la più importante.
Non possiamo impedire a un parente di fare un commento infelice. Ma possiamo decidere quanto peso dargli.

Una domanda utile può essere:
“Questa frase dice qualcosa su di me… o su di lui?”
Spesso la risposta ci libera immediatamente.

Auto-protezione emotiva

Immagina di avere uno “strato protettivo psicologico”: una membrana che lascia passare solo ciò che ti fa bene.
Il resto può scivolare via.

Quando il commento diventa un segnale di un rapporto da ripensare

A volte il problema non è il singolo commento, ma la ripetitività.
Se ogni anno si ripetono le stesse frasi, o se senti di non avere posto, spazio o ascolto nel tuo sistema familiare, può essere utile esplorare il tema con uno psicologo.

Non per “aggiustare la famiglia”, ma per costruire un modo più sano di stare dentro (o ai margini) di quelle relazioni.

Concedersi la libertà di non essere perfetti

Molti arrivano al pranzo familiare con il peso di dover dimostrare qualcosa: successo, stabilità, maturità, controllo.
Questo genera tensione.
Le feste non sono un esame: non serve essere perfetti.

Puoi essere te stesso: con i tuoi tempi, le tue scelte, i tuoi desideri non ancora realizzati.

Conclusione

I commenti indesiderati durante i pranzi di Natale non sono un semplice fastidio: sono un punto di contatto tra vecchie ferite, aspettative familiari e bisogno di protezione personale.

Imparare a rispondere in modo assertivo, senza aggressività, è un atto di cura verso di sé e verso la relazione.
È un modo per restare presenti senza farsi travolgere, per partecipare senza rinunciare alla propria dignità emotiva.

Le feste possono essere un’occasione per stare insieme non perfettamente, ma in modo più autentico e più sano.