Stress “buono” vs stress cronico: come distinguerli e gestirli

Lo stress fa parte della vita quotidiana e, contrariamente a quanto si pensa, non è sempre negativo. In realtà, esiste uno stress “buono” (eustress) che può motivare, stimolare la crescita personale e favorire la resilienza. Tuttavia, quando diventa persistente e poco gestibile, si trasforma in stress cronico, una condizione che logora corpo e mente.

🔹 Lo stress che fa bene (eustress)

  • Si manifesta in situazioni nuove o sfidanti (un esame, un nuovo lavoro, una gara sportiva).
  • Attiva energie e concentrazione.
  • Aumenta la motivazione e la capacità di problem solving.
  • Ha una durata limitata: svanisce quando la sfida è superata.

🔹 Lo stress che logora (distress cronico)

  • È costante, senza pause di recupero.
  • Si associa a stanchezza cronica, irritabilità, insonnia.
  • Può portare a problemi fisici (ipertensione, disturbi gastrointestinali, calo immunitario).
  • È caratterizzato dal cosiddetto “simmering stress”, ovvero una tensione di fondo continua, meno intensa ma sempre presente, che erode lentamente il benessere.

🔹 Come distinguere e monitorare lo stress

Negli ultimi anni sono emersi strumenti pratici per riconoscere i segnali:

  • Wearables (smartwatch, braccialetti fitness): misurano frequenza cardiaca, variabilità cardiaca (HRV), qualità del sonno e livelli di attività.
  • Biofeedback: tecniche che permettono di osservare in tempo reale parametri fisiologici (respiro, battito, conduttanza cutanea), imparando a regolarli.
  • Diari del benessere: annotare emozioni e sintomi ricorrenti aiuta a individuare pattern di stress.

🔹 Strategie per gestire lo stress cronico

  1. Recupero consapevole: alternare attività stimolanti a momenti di reale pausa (respirazione, mindfulness, hobby rigeneranti).
  2. Attività fisica regolare: camminata, yoga o sport a bassa/media intensità.
  3. Igiene del sonno: orari regolari, riduzione di schermi prima di dormire.
  4. Confini digitali: pause dalla tecnologia, soprattutto dal multitasking costante.
  5. Supporto sociale: condividere preoccupazioni con amici, famiglia o terapeuti.

Conclusione

Lo stress non è un nemico da eliminare, ma una forza da comprendere e regolare. Imparare a distinguere l’eustress dal distress permette di trasformare le sfide in occasioni di crescita, evitando che la pressione diventi un peso cronico. Tecnologie come i wearables e le tecniche di rilassamento e mindfulness possono essere alleati preziosi per allenare corpo e mente a ritrovare equilibrio.

La stanchezza mentale non è pigrizia: come riconoscerla e affrontarla

Quante volte ti sei detto: “Non ho voglia, sono pigro”, quando in realtà ti sentivi svuotato, senza energie?
Spesso confondiamo la stanchezza mentale con la pigrizia, ma non sono la stessa cosa. La pigrizia è la scelta di non impegnarsi, mentre la stanchezza mentale è un segnale del corpo e della mente che ci chiede una pausa.

Che cos’è la stanchezza mentale

La stanchezza mentale è una condizione di affaticamento cognitivo ed emotivo.
Può manifestarsi dopo periodi di forte stress, sovraccarico di responsabilità, pensieri continui o mancanza di sonno di qualità.

Segnali tipici:

  • Difficoltà a concentrarsi o a ricordare le cose.
  • Senso di irritabilità e impazienza.
  • Mancanza di motivazione, anche per attività piacevoli.
  • Sensazione di “testa pesante” o confusione mentale.
  • Stanchezza che non passa neanche dopo aver dormito.

Perché non è pigrizia

La pigrizia è una scelta momentanea: decido di non fare qualcosa pur avendo le energie.
La stanchezza mentale, invece, è un limite reale: anche se vuoi impegnarti, senti di non avere le forze necessarie. È come voler correre con il serbatoio della macchina vuoto: non è una questione di volontà, ma di risorse esaurite.

Come affrontarla

Riconoscere la stanchezza mentale è il primo passo per gestirla. Ecco alcune strategie pratiche:

  1. Dai priorità al sonno
    Dormire bene non è un lusso, ma una necessità. Prova a mantenere orari regolari e a ridurre l’uso di dispositivi elettronici prima di coricarti.
  2. Fai pause regolari
    Il cervello non è fatto per restare concentrato ore di fila. Ogni 60-90 minuti, prenditi 5-10 minuti di pausa.
  3. Rallenta i pensieri
    Tecniche come la respirazione profonda, la mindfulness o una passeggiata senza telefono aiutano a ridurre il rumore mentale.
  4. Organizza, non accumulare
    Scrivere una lista delle cose da fare libera spazio mentale. Sapere che i tuoi impegni sono “parcheggiati” su carta riduce lo stress.
  5. Nutri corpo e mente
    Una corretta alimentazione, idratazione e un minimo di movimento quotidiano hanno un impatto diretto sulla chiarezza mentale.

Un piccolo esercizio

Prova a chiederti:

  • “Da 1 a 10, quanta energia mentale sento di avere oggi?”
  • Se sei sotto al 5, individua un’attività che puoi rimandare o semplificare e concediti una pausa ristoratrice.

Conclusione

La stanchezza mentale non è debolezza né pigrizia. È un messaggio che la mente ti manda per proteggerti dal sovraccarico. Imparare ad ascoltarla significa rispettare te stesso e costruire un equilibrio più sano tra doveri e benessere.

Perché non riesco a dire di no? Strategie pratiche per imparare l’assertività

Ti sei mai trovato a dire “sì” quando in realtà avresti voluto dire “no”?
Se ti succede spesso, non sei solo: molte persone faticano a rifiutare richieste altrui, anche quando sono stanche, non hanno tempo o semplicemente non ne hanno voglia. Ma perché succede? E soprattutto: come si può imparare a dire di no senza sentirsi in colpa?

Perché facciamo fatica a dire di no

Le ragioni sono diverse e spesso profonde:

  • Paura del rifiuto: temiamo che, dicendo di no, l’altro si arrabbi o si allontani.
  • Bisogno di approvazione: crediamo che accettare sempre ci renda “più amabili”.
  • Abitudine appresa: magari in famiglia o a scuola ci hanno insegnato che essere bravi significa non deludere mai gli altri.
  • Difficoltà a riconoscere i propri bisogni: a volte non sappiamo nemmeno cosa vogliamo davvero.

Il risultato? Ci sentiamo sovraccarichi, frustrati, e a lungo andare rischiamo di accumulare stress e risentimento.

Assertività: la chiave dell’equilibrio

Essere assertivi non significa diventare aggressivi o egoisti.
L’assertività è la capacità di esprimere con chiarezza e rispetto i propri bisogni, opinioni e limiti, senza calpestare quelli degli altri. È un equilibrio tra due estremi: la passività (dire sempre sì) e l’aggressività (imporre un no duro e ostile).

Strategie pratiche per imparare a dire di no

Ecco alcuni strumenti concreti che puoi sperimentare:

  1. Concediti tempo
    Non devi rispondere subito. Puoi dire:“Devo controllare l’agenda, ti faccio sapere.”
    Questo ti permette di riflettere senza agire d’impulso.
  2. Usa un no chiaro e breve
    Non servono lunghe giustificazioni. Un semplice:“Mi dispiace, non posso.”
    è già sufficiente.
  3. Proponi un’alternativa (se vuoi)
    Se senti di voler aiutare, puoi aggiungere:“Non riesco oggi, ma posso la prossima settimana.”
  4. Allenati con piccoli no
    Inizia da situazioni meno importanti (es. rifiutare un caffè se non hai voglia) e costruisci pian piano sicurezza.
  5. Accetta il disagio
    Dire di no può farti sentire in colpa all’inizio. È normale: significa che stai cambiando un’abitudine radicata. Con la pratica, questo peso diminuisce.

Un piccolo esercizio

Prendi carta e penna e scrivi:

  • Tre situazioni recenti in cui hai detto sì, anche se non volevi.
  • Per ognuna, scrivi che cosa avresti potuto dire di no in modo assertivo.

Questo ti aiuta a prepararti mentalmente per le occasioni future.

Conclusione

Imparare a dire di no non è egoismo: è un atto di rispetto verso te stesso e, paradossalmente, anche verso gli altri. Quando impariamo a essere chiari e autentici, costruiamo relazioni più sane, basate su sincerità e reciprocità.

DIPENDENZA AFFETTIVA: QUANDO L’AMORE FA MALE

Amare è una delle esperienze più belle e intense della vita. Ma a volte quello che chiamiamo “amore” assomiglia più a una catena che a un abbraccio. È ciò che accade nella dipendenza affettiva: quando il bisogno dell’altro diventa così forte da soffocare la libertà, l’autostima e persino la propria identità.

Quando l’amore diventa una gabbia

Chi vive una dipendenza affettiva sente di non poter esistere senza la presenza, l’attenzione e la conferma costante del partner. Ogni silenzio pesa come un macigno, ogni distanza fa paura, ogni piccolo segnale viene interpretato come un rischio di abbandono.

Invece di nutrire, la relazione consuma. Invece di far crescere, riduce.

I segnali da riconoscere

Forse ti è capitato di:

  • mettere sempre i bisogni dell’altro davanti ai tuoi,
  • restare in relazioni che ti fanno soffrire per paura di restare sola/o,
  • sentirti ansiosa/o o vuota/o quando l’altro non c’è,
  • chiedere continuamente rassicurazioni, senza sentirti mai davvero tranquilla/o.

Se ti rivedi in questi atteggiamenti, non sei “troppo sensibile” o “debole”: stai vivendo una dinamica che ha un nome preciso e che accomuna tante persone.

Perché succede?

La dipendenza affettiva nasce spesso da ferite antiche: la paura di essere abbandonati, di non essere abbastanza, di non meritare amore se non al prezzo del sacrificio. Sono schemi che si imparano presto, magari da bambini, e che da adulti si ripropongono nelle relazioni intime.

Uscire dalla trappola

La buona notizia è che se ne può uscire. Non dall’oggi al domani, ma con piccoli passi:
✨ imparando a riconoscere i tuoi bisogni e a dar loro spazio,
✨ coltivando attività e relazioni che ti facciano sentire viva/o anche senza il partner,
✨ allenando la fiducia in te stessa/o, giorno dopo giorno,
✨ cercando, se serve, l’aiuto di un professionista che possa accompagnarti in questo percorso.

Un pensiero finale

L’amore non è dipendenza, né paura, né sacrificio senza limiti. L’amore autentico è fatto di libertà, di incontro, di due persone che camminano insieme senza annullarsi a vicenda.

Se senti che la tua relazione ti toglie più di quanto ti dia, non significa che non sei capace di amare: significa che meriti di farlo in un modo diverso, più sano e più vero.

Psicologia del sonno: perché dormire bene cambia il cervello?

Il sonno è spesso sottovalutato nella nostra vita frenetica, eppure è fondamentale per il benessere mentale e fisico. Non si tratta solo di sentirsi riposati: dormire bene può letteralmente cambiare il cervello, migliorando memoria, emozioni e capacità cognitive.

Il sonno come “manutenzione del cervello”

Durante il sonno, soprattutto nella fase profonda, il cervello attiva meccanismi di pulizia e rigenerazione. Le tossine accumulate durante la giornata vengono eliminate, mentre le connessioni neuronali vengono rafforzate. In pratica, dormire è come mandare il cervello in officina per fare manutenzione e potenziamento.

Consolidamento della memoria

Hai mai notato che dopo una buona notte di sonno, ricordare informazioni diventa più facile? Questo accade perché il sonno favorisce il consolidamento della memoria, trasferendo le informazioni dalla memoria a breve termine a quella a lungo termine. Studenti e professionisti lo sanno bene: dormire è parte integrante dell’apprendimento.

Regolazione emotiva

La qualità del sonno influenza direttamente l’umore e la gestione delle emozioni. Durante il sonno REM, il cervello elabora esperienze emotive, riducendo ansia, irritabilità e reattività impulsiva. Dormire male, invece, può amplificare stress, depressione e vulnerabilità emotiva.

Sonno e creatività

Il riposo notturno stimola anche la creatività. Durante il sonno REM, il cervello rielabora informazioni e idee in modi nuovi, favorendo connessioni inaspettate e soluzioni innovative. Non è un caso che molti scienziati e artisti parlino di “intuizioni notturne”.

Vediamo quindi come migliorare la qualità del sonno?

Quattro piccoli accorgimenti possono aiutarci a migliorare la nostra qualità del sonno, vediamoli insieme:

  • Routine costante: andare a letto e svegliarsi alla stessa ora aiuta a sincronizzare l’orologio biologico.
  • Ambiente favorevole: ridurre luce, rumori e dispositivi elettronici in camera.
  • Alimentazione e movimento: evitare pasti pesanti e caffeina nelle ore serali, e muoversi regolarmente durante il giorno.
  • Tecniche di rilassamento: respirazione profonda, meditazione o lettura leggera favoriscono il rilassamento mentale.

Conclusione

Dormire bene non è un lusso: è un bisogno biologico e psicologico essenziale. Ogni notte che trascorri senza sonno di qualità, il cervello perde opportunità di rigenerarsi, di elaborare emozioni e di rafforzare la memoria. Investire nel sonno significa investire nella propria salute mentale e nella capacità di affrontare la vita con lucidità, creatività e resilienza.

“Non sottovalutare mai il potere di una buona notte di sonno: il tuo cervello ti ringrazierà domani.”

Vuoi approfondire quale tecnica di rilassamento può andare bene per te? Contattami.

QUALI PICCOLE ABITUDINI POSSONO INFLUENZARE IN POSITIVO IL NOSTRO BENESSERE MENTALE?

La domanda che ci poniamo oggi è quali piccole abitudini possono aiutarci ad influenzare in maniera positiva il nostro benessere mentale. Ne andremo ad individuare 5, che seppur banali o superficiali, potrebbero avere una buona influenza sulla qualità della nostra vita.

1. Il potere della routine

Stabilire routine semplici – come alzarsi alla stessa ora, fare colazione con calma o dedicare 10 minuti alla meditazione – crea un senso di controllo e stabilità. Il cervello, abituandosi a schemi prevedibili, riduce lo stress e aumenta la sensazione di sicurezza.

2. Movimento e corpo

Non serve allenarsi ore in palestra: anche una camminata di 15 minuti al giorno può liberare endorfine, migliorare l’umore e ridurre ansia e depressione. Il corpo e la mente sono strettamente collegati: prendersi cura del corpo significa prendersi cura della mente.

3. La gratitudine quotidiana

Annotare ogni giorno tre cose per cui siamo grati può sembrare un gesto piccolo, quasi banale. In realtà, la gratitudine strutturata sposta l’attenzione dai problemi alle risorse, allenando il cervello a percepire il positivo anche nei momenti difficili.

4. Micro-momenti di relax

Respiri profondi, pause di 2-3 minuti per osservare l’ambiente o ascoltare musica rilassante: questi micro-momenti riducono il cortisolo, l’ormone dello stress, e migliorano concentrazione e creatività.

5. Connessioni sociali genuine

Non serve organizzare grandi eventi: una telefonata, un messaggio sincero o un caffè con un amico rinforzano il senso di appartenenza e supporto, pilastri fondamentali della salute mentale.

Conclusione

Le grandi trasformazioni iniziano sempre dai piccoli passi. Curare le proprie abitudini quotidiane non è solo disciplina: è un investimento sulla propria mente, un modo semplice e concreto per coltivare serenità e resilienza.

“Non sottovalutare mai il potere delle piccole abitudini: sono gli ingredienti invisibili del benessere mentale.”

GHOSTING: QUANDO CHIUDERE UNA RELAZIONE SIGNIFICA SPARIRE.

Negli ultimi anni, complice la comunicazione digitale, si sente parlare sempre più spesso di ghosting. Un termine che viene dall’inglese ghost (fantasma) e che descrive una pratica relazionale tanto comune quanto dolorosa: interrompere improvvisamente ogni contatto con una persona, senza spiegazioni, sparendo come un fantasma.

🔍 Che cos’è il ghosting?

Il ghosting accade quando qualcuno smette di rispondere a messaggi, telefonate o inviti, si rende irreperibile e si sottrae a qualsiasi confronto diretto. Non si tratta di una “pausa” o di una scelta condivisa, ma di una vera e propria scomparsa unilaterale, che lascia l’altra persona confusa e disorientata.

Può avvenire in relazioni sentimentali, amicizie e persino sul lavoro, ma il comune denominatore è sempre lo stesso: l’assenza di comunicazione e di chiusura.

🧩 Perché si fa ghosting?

Le motivazioni possono essere diverse:

  • Paura del confronto: chi fa ghosting non vuole affrontare un dialogo difficile o una rottura dolorosa.
  • Immaturità emotiva: mancanza di strumenti relazionali per gestire conflitti e responsabilità.
  • Disinteresse: non c’è più voglia di investire nella relazione e la fuga appare la via più semplice.
  • Bisogno di controllo: decidere unilateralmente la fine della relazione senza dare spiegazioni è anche un modo per esercitare potere.

💔 Quale è l’impatto su chi lo subisce?

Il ghosting non è una semplice mancanza di risposta: è un gesto che può lasciare cicatrici profonde.
Le persone che lo subiscono spesso sperimentano:

  • un forte senso di rifiuto;
  • dubbi e domande continue (“Ho fatto qualcosa di sbagliato?”);
  • calo dell’autostima;
  • difficoltà a fidarsi in relazioni future.

Ciò che rende il ghosting così doloroso è proprio la mancanza di spiegazioni: l’assenza di una chiusura chiara impedisce di elaborare la fine del legame.

🛡️ Come difendersi dal ghosting ?

  1. Non colpevolizzarsi: il ghosting parla più della persona che lo mette in atto che della vittima.
  2. Accettare la mancanza di closure: anche senza spiegazioni, si può dare a sé stessi una chiusura simbolica.
  3. Non inseguire all’infinito: cercare risposte a ogni costo può aumentare il dolore.
  4. Condividere l’esperienza: parlarne con amici o con un professionista aiuta a ridimensionare il vissuto.
  5. Ricostruire i propri confini: lavorare su autostima e autonomia per non dipendere dal riconoscimento esterno.

🌱 Una riflessione finale

Il ghosting ci ricorda quanto le relazioni moderne siano fragili, ma anche quanto sia fondamentale coltivare la responsabilità affettiva. Dire addio è difficile, ma sparire non è mai una soluzione sana: lasciare l’altro senza parole significa privarlo della dignità di un confronto.

Saper riconoscere e difendersi da questo fenomeno è un passo importante per tutelare il proprio benessere emotivo e per costruire legami futuri più consapevoli e rispettosi.

GASLIGHTING. Quando la realtà viene manipolata.

“Sei troppo sensibile”, “te lo sei immaginato”, “non è mai successo”: quante volte queste frasi, apparentemente innocue, vengono pronunciate non per confrontarsi davvero, ma per minare la fiducia che abbiamo in noi stessi? Questo è il cuore del gaslighting, una forma di manipolazione psicologica subdola ma molto potente.

Che cos’è il gaslighting ?

Il termine nasce da un film del 1944, Gaslight, in cui un marito manipola piccoli dettagli della realtà per far credere alla moglie di stare impazzendo. Oggi con gaslighting indichiamo qualsiasi dinamica in cui una persona cerca di far dubitare un’altra delle proprie percezioni, emozioni o ricordi.

Non si tratta di un semplice litigio o di un disaccordo: nel gaslighting c’è una strategia ripetuta e intenzionale volta a destabilizzare l’altro.

Come funziona ?

Il gaslighting agisce in modo graduale. All’inizio può sembrare un’incomprensione, ma col tempo si trasforma in un vero e proprio sistema di controllo.
Ecco alcuni meccanismi tipici:

  • Negazione dei fatti: “Non è successo, ti sbagli”.
  • Svalutazione delle emozioni: “Stai esagerando, sei sempre drammatico/a”.
  • Inversione delle colpe: “Se reagisco così è per colpa tua”.
  • Distorsione della memoria: “Non ricordi bene, io non ho mai detto questo”.

Il risultato? La vittima inizia a dubitare di sé stessa, perde sicurezza e diventa sempre più dipendente dall’offender per capire “cosa è reale”.

I segnali per riconoscerlo

  • Ti scusi di continuo anche senza motivo.
  • Ti chiedi spesso se stai esagerando o se “sei tu il problema”.
  • Senti di non avere più fiducia nel tuo giudizio.
  • Le tue emozioni vengono ridicolizzate o invalidate.

Se ti riconosci in questi punti, potresti essere dentro una dinamica di gaslighting.

Come difendersi ?

  1. Dare un nome al problema: riconoscere che si tratta di gaslighting è il primo passo.
  2. Tenere un diario: scrivere episodi e sensazioni ti aiuta a non perdere contatto con la realtà.
  3. Cercare supporto esterno: parlarne con amici fidati o un professionista.
  4. Stabilire confini chiari: rifiutare discussioni circolari e manipolative.
  5. Proteggere sé stessi: se la situazione diventa tossica e persistente, valutare un distacco.

Una riflessione finale

Il gaslighting non è solo una questione di “bugie” o “malintesi”: è un modo di usare la relazione per esercitare controllo e potere. Prenderne consapevolezza significa non solo difendersi, ma anche riaffermare un diritto fondamentale: quello di fidarsi delle proprie emozioni e della propria percezione del mondo.

Chi sono gli OFFENDER? Come riconoscerli e difendersi.

Il volto relazionale dell’“offender”

Quando sentiamo la parola offender pensiamo subito al reato, al crimine, a chi ha infranto una legge. Ma in ambito psicologico-relazionale, l’offender è molto più di un “colpevole”: è una figura che rompe equilibri, che oltrepassa i confini e danneggia un’altra persona attraverso comportamenti di sopraffazione, violenza o manipolazione.

La dimensione individuale

Ogni offender porta con sé un intreccio di vissuti personali: tratti di impulsività, difficoltà a regolare le emozioni, una certa rigidità nel pensiero, o distorsioni cognitive che giustificano l’atto (“se l’ho fatto è perché lei mi ha provocato”). Spesso alle spalle ci sono storie di traumi non elaborati o attaccamenti precoci disfunzionali. Ma attenzione: comprenderne le radici non significa mai giustificare, bensì aprire uno spazio di responsabilizzazione.

La dimensione relazionale

Il comportamento dell’offender prende forma soprattutto dentro una relazione. Qui lo squilibrio di potere è la chiave: adulto contro minore, partner dominante contro partner sottomesso, capo contro dipendente. In questo spazio asimmetrico, il controllo si esercita non solo attraverso atti violenti ma anche con dinamiche più sottili: isolamento, gaslighting, ricatto emotivo. Si costruisce così un ciclo difficile da spezzare, dove la vittima resta legata nonostante il dolore, e l’offender continua a rafforzare il proprio ruolo di dominio.

La dimensione sociale

Nessun comportamento accade nel vuoto. La società spesso tende a minimizzare (“sono litigi di coppia”, “sono cose da ragazzi”), alimentando la persistenza del fenomeno. Inoltre, le vittime subiscono talvolta una doppia ferita: non solo l’offesa, ma anche lo stigma, il giudizio o la mancanza di sostegno. Intorno all’offender, invece, possono crearsi cerchie collusive che lo legittimano e lo proteggono.

Quindi? Come riconoscere un offender?

Gli offender non sempre si manifestano con comportamenti apertamente violenti; spesso iniziano con segnali sottili. ATTENZIONE! Ecco alcuni campanelli d’allarme:

  1. Asimmetria di potere
    • Tendono a imporre le proprie decisioni, a non rispettare i confini altrui.
  2. Manipolazione comunicativa
    • Minimizzano o negano i propri comportamenti (“sei esagerata”, “era uno scherzo”).
    • Usano il gaslighting per far dubitare la vittima della propria percezione.
  3. Controllo eccessivo
    • Vogliono sapere sempre dove sei, con chi sei, cosa fai.
    • Possono isolarti da amici e familiari.
  4. Oscillazione affettiva
    • Alternano momenti di gentilezza a fasi di aggressività o freddezza, creando confusione emotiva.
  5. Colpevolizzazione della vittima
    • Attribuiscono all’altro la responsabilità dei propri scatti, delle proprie azioni (“se mi arrabbio è perché tu mi provochi”).

Come difendersi da un offender ?

  1. Riconoscere il modello
    • Dare un nome al comportamento è il primo passo per non colpevolizzarsi.
  2. Stabilire confini chiari
    • Dire “no” con fermezza e coerenza. Gli offender spesso testano i limiti; è essenziale ribadirli.
  3. Non entrare nel gioco della giustificazione
    • Evitare di giustificarsi continuamente o di provare a “convincerli” con la logica: l’offender sfrutta questa dinamica per mantenere il controllo.
  4. Cercare sostegno esterno
    • Parlare con amici, familiari o professionisti aiuta a spezzare l’isolamento.
  5. Documentare i comportamenti (quando si tratta di molestie o violenza)
    • Annotare episodi, messaggi, testimoni. Può essere fondamentale a livello legale.
  6. Strategie di sicurezza
    • Nei casi di offender violenti o persecutori, pianificare un’uscita sicura, contattare servizi specializzati, associazioni o forze dell’ordine.

Difendersi da un offender non significa solo “proteggersi dal male”, ma anche riconoscere il proprio valore e diritto a confini sani. Lavorare sull’autostima, sulla consapevolezza e sull’autonomia è parte integrante della prevenzione.

Una riflessione conclusiva

Parlare di offender significa parlare di potere, di legami, di ferite. Significa osservare non solo il gesto compiuto, ma anche il contesto che lo ha reso possibile e la rete relazionale che lo sostiene. Significa, soprattutto, riconoscere che dietro ogni atto offensivo c’è un modo di pensare e legittimare che deve essere fermato e che non deve essere legittimato.

I GENITORI ELICOTTERO

Settembre ha inizio… e con esso tutte le attività nella vita dei bambini e dei ragazzi. Inizia la scuola, iniziano tutti i corsi e le attività sportive pomeridiane e le agende di ogni genitore si rintasano di impegni. Anche i genitori armati delle migliori intenzioni si avviano alla ripresa delle attività e le vacanze sono già un lontano ricordo. Le chat di classe si intasano e tra queste spiccano i numerosi messaggi dei “genitore elicottero”. 

Già… ma chi sono i genitori elicottero?

I “genitori elicottero” (helicopter parents) sono quei genitori che, con le migliori intenzioni, finiscono per esercitare un controllo continuo sulla vita dei figli, sorvolandoli come un elicottero, intervenendo spesso anche nei dettagli più piccoli, per proteggerli, anticipare problemi o evitare che facciano errori.

Quali sono le caratteristiche principali di questa tipologia di genitorialità?

Questi genitori tendono ad intromettersi molto nella vita dei figli, anche in questioni che questi ultimi potrebbero gestire da soli, si sostituiscono nello svolgere le attività e li aiutano in maniera eccessiva per evitare che possano sbagliare o siano sottoposti a troppa fatica. Tendono a controllare le relazioni con gli insegnanti, con gli allenatori, con gli amici, l’atteggiamento oscilla tra la lamentazione e la mediazione, specie con altri adulti presenti nella vita dei loro figli. Sono estremamente attenti e preoccupati rispetto a situazioni pericolose anche minime e investono molte energie nel tentativo di prevenire ogni tipo di rischio che sia reale o percepito.

Quali sono gli effetti sui figli? 

Se pur alimentati  dalle più buone intenzioni questo stile può avere conseguenze negative. I bambini sperimentano una minore autonomia e non sviluppano strategie adeguate ad imparare a gestire i problemi, a reggere la frustrazione per eventuali errori o banalmente la capacità di scegliere quale sia la strada giusta. I bambini faticano a gestire le emozioni, perché non sono abituati a farlo, tendono a manifestare ansia, incapacità di affrontare frustrazione o insuccessi, perché spesso il genitore interviene per evitarli. Le loro relazioni sociali sono meno fluide, non sono abituati a farlo, né a indirizzare le loro scelte e tantomeno a difendersi da soli. Paradossalmente anche il rendimento scolastico cala, in quanto non si sviluppano le strategie di studio e gestione degli impegni in maniera autonoma.

Ma quali sono le cause che spingono un genitore ad assumere questo ruolo? 

Il genitore elicottero ha paura del fallimento del proprio figlio, desiderano che non  gli manchi niente e che debbano affrontare le minori difficoltà possibili, capita che siano spinti ad assumere questa posizione dal fatto che si sentono in colpa per qualche motivo, a volte si riscontra anche un ripetersi di modelli familiari che ripresentano contesti rigidi o iperprotettivi.

Cosa si può fare per bilanciare?  

Se un genitore si riconosce in questo modello  potrebbe ribilanciare i suoi comportamenti cercando di favorire nuovamente l’autonomia, lasciando che il figlio affronti piccole sfide da solo e impari a prendere decisioni adeguate alla sua età. Occorre trasmettere l’idea che sia possibile accettare gli errori, capendo e facendo capire, che sbagliare fa parte del percorso di crescita e che è un’esperienza importante. Occorre aprire la comunicazione, il dialogo deve essere aperto, ascoltando veramente le opinioni, i desideri e le paure del figlio, senza continuare nella modalità in cui il genitore impone le decisioni sulla vita del proprio figlio. Il genitore dovrebbe imparare a riflettere sulle proprie paure chiedendosi quale sia il rischio che effettivamente sta cercando di evitare e se, con le sue azioni, non stia semplicemente tentando di rassicurare solo se stesso. Occorre che vengano ristabiliti limiti chiari, che si trovi un equilibrio fra protezione e libertà, decidendo quali spazi lasciare al proprio figlio.

Quindi caro genitore, se anche tu sei in questa situazione e te ne rendi conto sappi che sei ancora in tempo a recuperare, impara a fidarti di te stesso ma soprattutto a capire che tuo figlio ha tante risorse e che se glielo permetterai saprà tirarle fuori al meglio.