Ci sono cose che non ho mai detto a nessuno: posso dirle a uno psicologo?

È una domanda che molte persone non fanno ad alta voce.
Resta lì, sospesa, spesso accompagnata da paura o vergogna.

Ci sono pensieri che non hai mai detto.
Esperienze che non hai mai raccontato.
Desideri, immagini, impulsi, ricordi… che tieni chiusi dentro da anni.

Non perché siano necessariamente “gravi”.
Ma perché temi che, se li dicessi, qualcosa cambierebbe:
l’immagine che gli altri hanno di te,
il modo in cui verresti guardato,
forse persino il modo in cui tu stesso ti vedi.

E allora la domanda resta:
posso davvero dirle a uno psicologo?

La paura non è di parlare. È di essere visti.

Chi custodisce segreti profondi spesso non ha paura delle parole in sé.
Ha paura dello sguardo che potrebbe seguirle.

“E se mi giudica?”
“E se pensa che sono sbagliato?”
“E se quello che provo non è normale?”

Molte persone convivono con una parte di sé che non ha mai trovato un luogo sicuro.
Non perché non esista il bisogno di parlarne,
ma perché non è mai esistita la sensazione di poterlo fare senza conseguenze.

Il segreto pesa, anche quando non lo dici

Tenere dentro qualcosa a lungo ha un costo.
A volte si manifesta come:

  • tensione costante
  • senso di distanza dagli altri
  • difficoltà a sentirsi davvero compresi
  • paura di “essere scoperti”
  • una solitudine che non dipende dall’essere soli

Non dire non significa dimenticare.
Spesso significa portare tutto da soli.

Cosa succede davvero quando dici qualcosa “per la prima volta”

Nel percorso psicologico non esiste l’obbligo di raccontare tutto.
E soprattutto, non subito.

Il rispetto dei tempi è fondamentale.
La fiducia non si pretende, si costruisce.

Molte persone iniziano dicendo solo questo:
“Ci sono cose che non ho mai detto a nessuno.”

Ed è già abbastanza.

Il lavoro psicologico non è forzare la rivelazione,
ma creare uno spazio in cui quella parte possa, se e quando vuole, sentirsi al sicuro.

Lo psicologo non è lì per giudicare, né per essere scioccato

Uno psicologo non ascolta per classificare o moralizzare.
Ascolta per comprendere il significato di ciò che porti, nel tuo contesto, nella tua storia.

Quello che per te è fonte di vergogna, spesso per il terapeuta è un segnale:
di un bisogno,
di una ferita,
di una strategia di sopravvivenza,
di qualcosa che ha cercato un modo per esistere.

Non sei la cosa che temi di dire.
Sei molto di più.

E se non riesco a dirlo nemmeno lì?

Succede. Ed è legittimo.

A volte il percorso inizia proprio dal silenzio,
dal girare intorno a qualcosa,
dal sentirne il peso senza ancora nominarlo.

Nel lavoro psicologico si può lavorare anche così.
Non c’è una forma giusta per iniziare.

Il primo colloquio non serve a “vuotare il sacco”,
ma a capire se quello spazio può diventare, col tempo, abitabile anche per le parti più delicate.

Un invito gentile

Se stai leggendo queste righe e senti che parlano di te,
forse non è un caso.

Non devi sapere cosa dire.
Non devi decidere ora cosa raccontare.
Puoi partire semplicemente da questa domanda.

Puoi contattarmi per un primo colloquio conoscitivo,
uno spazio riservato e rispettoso,
in cui capire insieme se questo è il luogo giusto per te
e per ciò che, finora, è rimasto senza parole. Puoi facilmente fissare un appuntamento in presenza o on line al link: miodottore Marta Vanola o al numero 3806878825