Le feste dovrebbero essere un momento dedicato alla convivialità e al ritrovo, ma per molte persone rappresentano anche un periodo di forte tensione emotiva. Tra tavole apparecchiate, cibo abbondante e apparente leggerezza si nasconde spesso un terreno minato fatto di domande indiscrete, opinioni non richieste e giudizi mascherati da “buone intenzioni”.
Come psicologa, capita di sentire storie molto simili: chi teme il ritorno al tavolo dei parenti, chi si sente giudicato, chi vive come un esame l’intera giornata. Questo racconto condiviso ci dice una cosa importante: non sei solo, e non è una tua fragilità se certe frasi ti fanno male.

Perché i commenti familiari colpiscono più degli altri
Un commento proveniente da un estraneo può infastidire, ma uno che arriva da un familiare ha un peso diverso. La famiglia è il nostro primo ambiente emotivo: è lì che si forma il senso del valore personale, la percezione di essere visti o non visti, accettati o giudicati.
Per questo frasi come:
- “Hai messo su peso?”
- “Quando trovi un lavoro serio?”
- “A 30 anni ancora single?”
- “Ma non ti decidi ad avere un figlio?”
- “Ti vedo stanca… sicuramente c’è qualcosa che non va?”
possono attivare ferite antiche, insicurezze mai del tutto elaborate, o semplicemente la sensazione di non essere compresi.
Il sottotesto nascosto
Quasi sempre, la sofferenza nasce dal non detto che si porta dietro il commento:
“Non vai bene così come sei”, “Dovresti essere diverso”, “Non stai raggiungendo quello che ci aspettiamo da te”.
Capire questo meccanismo ci aiuta a depersonalizzare la critica.
I commenti parlano più di chi li fa che di chi li riceve
Un aspetto centrale da ricordare è che molti commenti riflettono il mondo interno di chi li pronuncia:
- ansie proiettate (“se non ti sistemi, io mi preoccupo”),
- valori rigidi (“la vita giusta è quella che penso io”),
- bisogno di controllo (“so io cosa è meglio per te”),
- difficoltà a tollerare le differenze.
Non giustifica il comportamento, ma permette di comprendere meglio e soffrire meno:
Non sta parlando di te. Sta parlando del suo modo di vedere il mondo.
Perché è così difficile rispondere senza ferirsi o ferire
Molte persone mi dicono:
“Vorrei rispondere, ma ho paura di litigare.”
Oppure:
“Mi blocco. So che mi fa male, ma non riesco a dire nulla.”
Questo accade perché nei contesti familiari si attivano dinamiche di ruolo: figlio/figlia, nipote, fratello, sorella. Rispondere con assertività può sembrare “sbagliato”, perché non corrisponde alla parte che siamo abituati a interpretare.
Inoltre c’è il desiderio naturale di evitare conflitti durante le feste, che spesso si traduce nel tacere.
Il problema è che il silenzio prolungato può farci accumulare tensione.
Strategie psicologiche per proteggersi senza alimentare conflitti
A. Preparare una “frase ponte”
Le frasi ponte servono ad assorbire l’impatto emotivo e spostare l’attenzione altrove, senza entrare in scontro:
- “Capisco il tuo punto, ma non è un argomento che voglio affrontare oggi.”
- “So che lo dici con buone intenzioni, ma preferirei cambiare discorso.”
- “Ne parliamo un’altra volta, ora preferisco godermi il pranzo.”
Sono semplici, ma molto efficaci.
B. Impostare confini chiari
Dire “Preferisco non parlarne” non è rude né aggressivo.
È un atto di rispetto verso se stessi e verso la relazione.
Spesso temiamo che mettere confini ferisca l’altro, ma la realtà clinica mostra che la maggior parte delle persone reagisce meglio a un confine chiaro che a un sorriso forzato.
C. Usare risposte brevi e ferme
Le risposte troppo lunghe aprono la porta a ulteriori domande.
Le risposte brevi non lasciano spazio a invadenze:
- “È tutto sotto controllo.”
- “Sto bene così.”
- “Non ho novità su questo fronte.”
D. Non entrare in giustificazioni
Giustificarsi è un segnale che il confine non è solido.
Non devi spiegare le tue scelte di vita in un pranzo di Natale.
E. Prendersi una pausa se serve
Un’uscita in balcone, un turno per sparecchiare, un bicchiere d’acqua in cucina possono essere micro-momenti di decompressione.
Non è fuga: è autoregolazione.
F. Scegliere gli alleati emotivi
In ogni famiglia c’è almeno una persona più empatica o neutrale.
A volte basta scambiare uno sguardo con chi ci capisce per sentirsi meno soli.
Non puoi controllare i commenti degli altri, ma puoi controllare la tua posizione interiore
Questa è la parte più delicata e anche la più importante.
Non possiamo impedire a un parente di fare un commento infelice. Ma possiamo decidere quanto peso dargli.
Una domanda utile può essere:
“Questa frase dice qualcosa su di me… o su di lui?”
Spesso la risposta ci libera immediatamente.
Auto-protezione emotiva
Immagina di avere uno “strato protettivo psicologico”: una membrana che lascia passare solo ciò che ti fa bene.
Il resto può scivolare via.
Quando il commento diventa un segnale di un rapporto da ripensare
A volte il problema non è il singolo commento, ma la ripetitività.
Se ogni anno si ripetono le stesse frasi, o se senti di non avere posto, spazio o ascolto nel tuo sistema familiare, può essere utile esplorare il tema con uno psicologo.
Non per “aggiustare la famiglia”, ma per costruire un modo più sano di stare dentro (o ai margini) di quelle relazioni.
Concedersi la libertà di non essere perfetti
Molti arrivano al pranzo familiare con il peso di dover dimostrare qualcosa: successo, stabilità, maturità, controllo.
Questo genera tensione.
Le feste non sono un esame: non serve essere perfetti.
Puoi essere te stesso: con i tuoi tempi, le tue scelte, i tuoi desideri non ancora realizzati.

Conclusione
I commenti indesiderati durante i pranzi di Natale non sono un semplice fastidio: sono un punto di contatto tra vecchie ferite, aspettative familiari e bisogno di protezione personale.
Imparare a rispondere in modo assertivo, senza aggressività, è un atto di cura verso di sé e verso la relazione.
È un modo per restare presenti senza farsi travolgere, per partecipare senza rinunciare alla propria dignità emotiva.
Le feste possono essere un’occasione per stare insieme non perfettamente, ma in modo più autentico e più sano.