“Ma io lo ascolto sempre, è lui che non mi dice niente.”
È una frase che molti genitori mi dicono, con frustrazione e senso d’impotenza.
Eppure, spesso ciò che chiamiamo “ascoltare” è in realtà preparare la risposta o correggere l’altro mentre parla.
L’ascolto vero — quello che crea fiducia — richiede una qualità che non siamo più abituati a coltivare: la pausa.

Perché è così difficile ascoltare?
Viviamo in un tempo in cui la rapidità è una virtù. Rispondiamo ai messaggi in pochi secondi, anticipiamo i pensieri degli altri, correggiamo prima che finiscano la frase.
Ma un figlio adolescente non ha bisogno di risposte veloci.
Ha bisogno di sentire che il suo mondo interiore ha spazio di esistere, anche se è confuso, incoerente o “sbagliato” agli occhi dell’adulto.
Quando un genitore interrompe, anche con buone intenzioni (“Dai, non è niente”, “Capisco, ma non dovevi reagire così”), manda un messaggio implicito:
“Il tuo sentire non è così importante.”
Ascoltare davvero significa rinunciare per un momento al bisogno di aggiustare, spiegare o educare.
È difficile, ma è lì che il dialogo cambia qualità.
L’ascolto come atto di cura
Nel linguaggio psicologico, ascoltare non è un gesto passivo: è un atto di presenza.
Significa restare concentrati non su cosa rispondere, ma su cosa l’altro sta vivendo.
Quando un figlio parla, non sta cercando un verdetto: cerca uno specchio emotivo.
Vuole sapere se può mostrarsi vulnerabile senza essere giudicato.
Ecco alcune domande utili da porti, come genitore:
- “Sto cercando di capire o di convincere?”
- “Lo sto ascoltando o sto solo aspettando il mio turno per parlare?”
- “Quello che dico serve a lui o a calmare me?”
Il dialogo a interrogatorio (e come evitarlo)
Spesso i genitori, per paura di perdere il contatto, riempiono il silenzio con domande:
“Come è andata a scuola?”
“Con chi eri?”
“Perché non mi hai risposto?”
Queste domande, anche se mosse da affetto, possono trasformarsi in un piccolo interrogatorio quotidiano.
L’adolescente, sentendosi sotto esame, smette di parlare o risponde con monosillabi.
Prova invece con frasi che aprono, non chiudono:
- “Ti ho visto un po’ giù, ti va di raccontarmi com’è andata?”
- “Mi piacerebbe capire meglio come ti senti.”
- “Non devi spiegarmi tutto, ma sono qui se vuoi parlarmene.”
Sono frasi che tolgono pressione e fanno sentire l’altro accolto, non interrogato.
Il potere del silenzio
Molti genitori temono il silenzio come un vuoto da riempire.
In realtà, nella comunicazione con gli adolescenti, il silenzio è un alleato prezioso.
Quando un genitore smette di interrompere e resta in ascolto, crea un tempo interno in cui l’altro può pensare, scegliere, e magari — dopo un po’ — parlare.
Quel silenzio non è distanza: è spazio psicologico.
È il luogo dove il figlio si sente libero di trovare le parole senza paura di essere corretto

Ascoltare per far sentire
Ascoltare non significa approvare ogni comportamento.
Significa riconoscere ciò che l’altro prova, anche quando non lo condividiamo.
Un semplice “capisco che ti sei sentito ferito” vale più di cento consigli.
Perché l’adolescente non cerca sempre soluzioni: cerca di sentirsi visto.
Quando un figlio si sente ascoltato, smette di urlare.
Quando si sente compreso, comincia a parlare.
Allenare l’ascolto è una delle competenze più potenti nella relazione genitore-figlio, ma anche una delle più difficili da mantenere nei momenti di tensione.
Se senti che la comunicazione si è bloccata o che ogni conversazione finisce in un muro, un breve percorso psicologico di sostegno alla genitorialità può aiutarti a ritrovare calma, fiducia e strumenti pratici per ricostruire il dialogo.