Chi sono gli OFFENDER? Come riconoscerli e difendersi.

Il volto relazionale dell’“offender”

Quando sentiamo la parola offender pensiamo subito al reato, al crimine, a chi ha infranto una legge. Ma in ambito psicologico-relazionale, l’offender è molto più di un “colpevole”: è una figura che rompe equilibri, che oltrepassa i confini e danneggia un’altra persona attraverso comportamenti di sopraffazione, violenza o manipolazione.

La dimensione individuale

Ogni offender porta con sé un intreccio di vissuti personali: tratti di impulsività, difficoltà a regolare le emozioni, una certa rigidità nel pensiero, o distorsioni cognitive che giustificano l’atto (“se l’ho fatto è perché lei mi ha provocato”). Spesso alle spalle ci sono storie di traumi non elaborati o attaccamenti precoci disfunzionali. Ma attenzione: comprenderne le radici non significa mai giustificare, bensì aprire uno spazio di responsabilizzazione.

La dimensione relazionale

Il comportamento dell’offender prende forma soprattutto dentro una relazione. Qui lo squilibrio di potere è la chiave: adulto contro minore, partner dominante contro partner sottomesso, capo contro dipendente. In questo spazio asimmetrico, il controllo si esercita non solo attraverso atti violenti ma anche con dinamiche più sottili: isolamento, gaslighting, ricatto emotivo. Si costruisce così un ciclo difficile da spezzare, dove la vittima resta legata nonostante il dolore, e l’offender continua a rafforzare il proprio ruolo di dominio.

La dimensione sociale

Nessun comportamento accade nel vuoto. La società spesso tende a minimizzare (“sono litigi di coppia”, “sono cose da ragazzi”), alimentando la persistenza del fenomeno. Inoltre, le vittime subiscono talvolta una doppia ferita: non solo l’offesa, ma anche lo stigma, il giudizio o la mancanza di sostegno. Intorno all’offender, invece, possono crearsi cerchie collusive che lo legittimano e lo proteggono.

Quindi? Come riconoscere un offender?

Gli offender non sempre si manifestano con comportamenti apertamente violenti; spesso iniziano con segnali sottili. ATTENZIONE! Ecco alcuni campanelli d’allarme:

  1. Asimmetria di potere
    • Tendono a imporre le proprie decisioni, a non rispettare i confini altrui.
  2. Manipolazione comunicativa
    • Minimizzano o negano i propri comportamenti (“sei esagerata”, “era uno scherzo”).
    • Usano il gaslighting per far dubitare la vittima della propria percezione.
  3. Controllo eccessivo
    • Vogliono sapere sempre dove sei, con chi sei, cosa fai.
    • Possono isolarti da amici e familiari.
  4. Oscillazione affettiva
    • Alternano momenti di gentilezza a fasi di aggressività o freddezza, creando confusione emotiva.
  5. Colpevolizzazione della vittima
    • Attribuiscono all’altro la responsabilità dei propri scatti, delle proprie azioni (“se mi arrabbio è perché tu mi provochi”).

Come difendersi da un offender ?

  1. Riconoscere il modello
    • Dare un nome al comportamento è il primo passo per non colpevolizzarsi.
  2. Stabilire confini chiari
    • Dire “no” con fermezza e coerenza. Gli offender spesso testano i limiti; è essenziale ribadirli.
  3. Non entrare nel gioco della giustificazione
    • Evitare di giustificarsi continuamente o di provare a “convincerli” con la logica: l’offender sfrutta questa dinamica per mantenere il controllo.
  4. Cercare sostegno esterno
    • Parlare con amici, familiari o professionisti aiuta a spezzare l’isolamento.
  5. Documentare i comportamenti (quando si tratta di molestie o violenza)
    • Annotare episodi, messaggi, testimoni. Può essere fondamentale a livello legale.
  6. Strategie di sicurezza
    • Nei casi di offender violenti o persecutori, pianificare un’uscita sicura, contattare servizi specializzati, associazioni o forze dell’ordine.

Difendersi da un offender non significa solo “proteggersi dal male”, ma anche riconoscere il proprio valore e diritto a confini sani. Lavorare sull’autostima, sulla consapevolezza e sull’autonomia è parte integrante della prevenzione.

Una riflessione conclusiva

Parlare di offender significa parlare di potere, di legami, di ferite. Significa osservare non solo il gesto compiuto, ma anche il contesto che lo ha reso possibile e la rete relazionale che lo sostiene. Significa, soprattutto, riconoscere che dietro ogni atto offensivo c’è un modo di pensare e legittimare che deve essere fermato e che non deve essere legittimato.

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